12 Marzo 2026
/ 12.03.2026

La guerra per il petrolio può assetare il Golfo

A rischio anche l’acqua: i desalinizzatori diventano obiettivi bellici. In Paesi come il Kuwait, l’Oman, il Qatar dall’80 al 99% dell’acqua potabile proviene da impianti di desalinizzazione

Non solo petrolio. La guerra contro l’Iran ruota – seguendo lo schema dei conflitti voluti da Trump – attorno ai combustibili fossili; ma dallo scenario bellico è uscita una carta imprevista: l’acqua. In una delle regioni più aride del Pianeta l’approvvigionamento idrico dipende in larga misura da grandi impianti di desalinizzazione che trasformano l’acqua marina in acqua potabile. Una procedura costosa sia dal punto di vista energetico che ambientale (per l’impatto sui fondali marini degli scarichi di salamoia concentrata). Ma questo è l’ultimo dei problemi per regimi come quello di Moḥammad bin Salmān che aveva progettato una stazione sciistica in Arabia Saudita.

Il problema che sembra essere stato trascurato dagli sceicchi è la sicurezza. Nei giorni scorsi alcune infrastrutture idriche strategiche sono finite nel mirino. Il caso più citato riguarda il Bahrain: il governo ha accusato l’Iran di aver colpito con un drone un impianto legato alla produzione di acqua desalinizzata. L’impianto fa parte della rete che alimenta la capitale Manama e le aree urbane circostanti, in un Paese che ricava quasi tutta la propria acqua potabile dal mare.

Un secondo episodio riguarda l’isola di Qeshm, nel sud dell’Iran, dove le autorità iraniane hanno denunciato un attacco contro un impianto di desalinizzazione che rifornisce numerose comunità costiere. Secondo Teheran il bombardamento avrebbe colpito una struttura che garantisce acqua potabile ad alcune decine di villaggi dell’isola, interrompendo temporaneamente il servizio.

I danni al sistema idrico sono al momento limitati, ma gli attacchi mostrano una vulnerabilità critica. Nel Golfo molte strutture producono decine o centinaia di migliaia di metri cubi d’acqua al giorno, rifornendo intere aree urbane. Il fatto che siano diventati obiettivi militari segna un cambiamento importante nel conflitto. Colpire un desalinizzatore non significa solo danneggiare un’infrastruttura industriale, ma mettere a rischio la disponibilità di acqua per centinaia di migliaia di persone in una regione in cui l’acqua dolce naturale è quasi inesistente. In caso di attacchi o interruzioni energetiche, la produzione di acqua potabile potrebbe fermarsi rapidamente.

La Penisola Arabica è infatti una delle aree con minore disponibilità naturale di acqua dolce al mondo. Le precipitazioni sono molto scarse, i corsi d’acqua permanenti praticamente inesistenti e molte falde sotterranee sono state sfruttate intensamente per decenni. Per sostenere la crescita urbana ed economica, i Paesi del Golfo hanno quindi puntato su una soluzione tecnologica: produrre acqua dolce partendo dal mare. Oggi la desalinizzazione è il pilastro del sistema idrico regionale. In Paesi come il Kuwait, l’Oman, il Qatar dall’80 al 99% dell’acqua potabile proviene da impianti di desalinizzazione. Questo significa che milioni di persone bevono quotidianamente acqua che solo poche ore prima era acqua marina.

Il Golfo Persico rappresenta oggi il centro globale di questa tecnologia. I Paesi dell’area forniscono circa il 40% dell’acqua desalinizzata del Pianeta. L’Arabia Saudita è il principale produttore, con giganteschi complessi industriali sulla costa del Mar Rosso e del Golfo. Anche Emirati Arabi Uniti, Qatar e Oman stanno investendo miliardi di dollari in nuovi impianti sempre più efficienti. Gli impianti devono essere costruiti lungo la costa e spesso sono concentrati in pochi grandi poli industriali. Molti sono collegati direttamente a centrali elettriche perché la desalinizzazione richiede enormi quantità di energia. Se l’energia si interrompe, anche la produzione di acqua si ferma.

A rendere il sistema ancora più delicato è il livello di consumo. Nei Paesi del Golfo l’acqua è spesso fortemente sovvenzionata dai governi, che non hanno l’efficienza idrica tra le loro priorità. Il consumo medio supera i 550 litri per persona al giorno, più del triplo della media mondiale che si aggira intorno ai 180 litri. La domanda è alimentata da un modello di sviluppo urbano molto intensivo: grandi città nel deserto, resort turistici, campi da golf e infrastrutture sportive che richiedono quantità enormi di acqua.

Ora questo sistema è a rischio. La guerra per il petrolio può assetare il Golfo.

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