10 Gennaio 2026
/ 9.01.2026

2026: quale Italia vogliamo essere

L’economia italiana è chiamata a un cambio di paradigma. Dal modello estrattivo a quello generativo. Imprese che producono valore condiviso nel tempo, che investono in rigenerazione urbana, energie rinnovabili, economia circolare, innovazione tecnologica al servizio delle persone

C’è un modo per leggere il 2026 non come un semplice cambio di calendario.  
Un anno che non arriva per inerzia, ma per scelta.           
Dopo troppe stagioni politiche segnate dall’emergenza permanente, da conflitti alle porte dell’Europa e da un’economia spesso ridotta a contabilità di breve periodo, l’Italia si trova davanti a una grande opportunità: trasformare la sostenibilità, l’innovazione sociale, i beni comuni e la pace da enunciazioni astratte in pilastri concreti della vita pubblica.

Potrà essere l’anno in cui la politica smette di inseguire il consenso immediato e torna a praticare la responsabilità.           
Responsabilità verso i territori, sempre più fragili di fronte alla crisi climatica; verso le nuove generazioni, che chiedono futuro e non precarietà; verso le comunità locali, che reclamano servizi, cultura e qualità della vita.           
Ma responsabilità anche verso il mondo, perché la pace non è una condizione data una volta per tutte: è una costruzione quotidiana, fondata sulla giustizia sociale, sulla cooperazione, sull’ascolto, sul dialogo e su una visione che rifiuta la logica permanente dello scontro.

In questo orizzonte, la sostenibilità non è un lusso né un vincolo ideologico, non più un’opzione ma un dovere, una condizione di democrazia.    
E non può esserci pace duratura senza tutela dell’ambiente, senza riduzione delle disuguaglianze, senza un accesso equo alle risorse.      
Ed è qui che il tema dei beni comuni torna centrale: acqua, aria, suolo, paesaggio, conoscenza, salute, istruzione, dati. Beni che non appartengono a qualcuno, ma da cui dipende la vita di tutti.
Il 2026 può essere l’anno in cui l’Italia sceglie di proteggerli, rigenerarli e governarli in modo condiviso, sottraendoli alla logica della mera privatizzazione o dello sfruttamento indiscriminato.

Anche l’economia italiana è chiamata a un cambio di paradigma. Dal modello estrattivo a quello generativo. Imprese che producono valore condiviso nel tempo, che investono in rigenerazione urbana, energie rinnovabili, economia circolare, innovazione tecnologica al servizio delle persone.
Un’economia sociale che riconosce i beni comuni come infrastrutture vitali e non come ostacoli allo sviluppo. Un’economia così non è solo più sostenibile: è un’economia di pace, perché riduce le fratture sociali, rafforza la coesione e restituisce fiducia tra cittadini, istituzioni e mercato.

Ma nessuna transizione – ecologica, digitale o culturale – è possibile senza un investimento profondo nella formazione. Questo può e deve essere l’anno in cui l’Italia riconosce il sapere come bene comune essenziale. Educazione alla sostenibilità, alla cittadinanza attiva, alla cultura della pace; formazione continua per lavoratori e imprese; alfabetizzazione digitale e civica. 
Senza conoscenza non c’è partecipazione, senza partecipazione non c’è cura dei beni comuni, senza cura non c’è futuro.

In questo percorso, la comunicazione giornalistica svolge un ruolo fondamentale, direi decisivo. Un giornalismo responsabile, competente, chiaro, capace di spiegare i processi economici, ambientali e geopolitici, di raccontare i conflitti senza alimentarli, di dare visibilità alle esperienze che funzionano, è un presidio di democrazia e di pace civile. 

Informare significa costruire consapevolezza collettiva, contrastare la disinformazione, restituire complessità ai fatti. È anche attraverso una narrazione corretta e profonda che i beni comuni diventano riconoscibili, difendibili, condivisi.

L’innovazione sociale diventa uno dei motori del cambiamento. Non solo nuove tecnologie, ma nuovi modi di abitare, lavorare e decidere insieme. Città che sperimentano forme di gestione partecipata, scuole che educano alla cooperazione, quartieri che si rigenerano intrecciando cultura, arte e inclusione.  
Il 2026 può essere l’anno in cui l’Italia riscopre il valore politico delle comunità come antidoto alla solitudine, alla paura e al conflitto.  
Al centro di tutto resta la pace come condizione essenziale, orizzonte concreto, non come parola retorica.
E una politica che misura il successo non solo con il Pil, ma con la qualità delle relazioni sociali, la salute degli ecosistemi e la capacità di convivere nelle differenze.

Non sarà automaticamente l’anno della svolta. Lo diventerà solo se l’Italia avrà il coraggio di scegliere: sostenibilità invece di sfruttamento, beni comuni invece di appropriazione, conoscenza invece di ignoranza, dialogo invece di conflitto.   
In un mondo attraversato da crisi e guerre, il nostro Paese può ritrovare proprio nella cura dei beni comuni la sua identità più autentica.

Non è una promessa, ma una responsabilità.         
E il 2026, più che un orizzonte, è una domanda rivolta a noi tutti: che Italia vogliamo essere, adesso.

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