15 Gennaio 2026
/ 19.11.2025

Il paradosso di Belém: tutti hanno voce tranne i popoli indigeni

Mentre i negoziatori si dividono su una nuova struttura dell’accordo, 70.000 persone invadono le strade dell'Amazzonia. Abbiamo chiesto ad Andrea Grieco, divulgatore e comunicatore per ASviS, di spiegarci cosa sta succedendo dentro e fuori le stanze dei bottoni

Siamo entrati nel vivo della Cop30. La seconda settimana è tradizionalmente quella più complessa, quella delle decisioni politiche. Andrea, che aria si respira a Belém in queste ore?

“Siamo alla seconda settimana, quella più fluida del negoziato. La settimana politica è la settimana in cui tutto può cambiare dall’oggi al domani. Ieri è iniziata con un’enorme accelerata da parte della presidenza brasiliana, che ha condiviso una road map serrata per arrivare pronti già al pomeriggio con le prime bozze. Ma la verità è che l’annuncio del presidente della Cop ci ha lasciato un po’ tutti scioccati”.

Ti riferisci alla nuova impostazione del documento finale. Si parla di uno “shock negoziale” perché non si lavora più su un testo unico. Cosa cambia concretamente?

“Esatto, non si parla più di una sola cover decision ma di due diversi testi, due pacchetti distinti. Nel primo testo, quello più politico, confluiranno i temi più importanti: la giustizia climatica, la finanza e, secondo alcuni, il piano per il phase-out dai combustibili fossili. Nel secondo testo, più tecnico, confluiranno invece tutte le tematiche su cui non si riesce ad avere un accordo globale. L’obiettivo di questa impostazione è accontentare tutti, o fondamentalmente non scontentare nessuno, per far sì che si possa uscire da questa Cop con risultati concreti”.

Mentre all’interno si cerca questo difficile equilibrio diplomatico, fuori dalle stanze dei negoziati la situazione sembra molto diversa. Belém è la porta dell’Amazzonia, eppure c’è chi parla di una grande contraddizione rispetto alla presenza indigena.

“È un paradosso. Gli indigeni sono i custodi principali di un ecosistema a rischio che regola la salute del Pianeta, ma non sono inclusi, come tutti i Paesi, con i loro rappresentanti ufficiali ai tavoli dei negoziati. Scendono in piazza perché chiedono di essere coinvolti: vogliono prendere decisioni su un negoziato che è fondamentale per loro, per le loro terre e che, paradossalmente, li dipinge come i custodi della foresta amazzonica ma non dà loro voce, diritto di voto, al tavolo delle trattative”.

Hai assistito alla grande marcia che ha portato oltre 70.000 persone per le strade. Rispetto alle manifestazioni climatiche a cui siamo abituati in Occidente, hai notato delle differenze nel modo di protestare e nelle richieste?

“Quello che noto personalmente è, da parte dei manifestanti, una consapevolezza maggiore della propria capacità. L’attivismo che ha attraversato le strade di Belém è completamente diverso da quello precedente: è un attivismo che chiede con molta determinazionedi prendere parte al processo trasformativo della società. Qui c’è la richiesta tangibile di non essere più spettatori del proprio destino”.

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