2 Gennaio 2026
/ 2.01.2026

Data center futuristici, alimentati da vecchi motori di jet riciclati

L’intelligenza artificiale divora energia. Mentre i giganti della tecnologia inseguono l’utopia della fusione nucleare, i loro data center, enormi, affamati e impazienti, si devono però accontentare dell’energia che c’è oggi. E talvolta arriva da luoghi insospettabili: dai cuori ruggenti di vecchi motori aeronautici aggiustati e riadattati.

Secondo quanto riportato dalla rivista americana IEEE Spectrum, la società statunitense ProEnergy ha messo in piedi un business redditizio fornendo ai data center i core usati dei motori General Electric CF6-80C2, “high-bypass turbofan” pensati per spingere i Boeing 767. Smontati, revisionati e trasformati in turbine stazionarie, questi motori ovviamente non volano, ma guadagnano cavi e quadri elettrici: fissati su piazzole di cemento o alloggiati in trailer, possono essere portati fino a 48 megawatt di generazione. Quanto basta per alimentare decine di migliaia di abitazioni americane, oppure un cluster di server digitali particolarmente famelico.

“Ne abbiamo venduti 21 per l’alimentazione dei cantieri di data center”, ha spiegato Landon Tessmer, vicepresidente commerciale di ProEnergy, a margine del World Power Show di San Antonio. L’idea è semplice: i tempi di connessione alla rete si allungano, la domanda di calcolo corre più veloce. Queste turbine aeronautiche riqualificate colmano il vuoto, permettendo di costruire (e spesso avviare) le server farm senza attendere la cabina di trasformazione finale. Quando la rete arriva, il piano B diventa piano di riserva: gli stessi gruppi possono essere riconvertiti a generatori di backup, pronti a entrare in funzione in caso di picchi o blackout.

La scelta dei “jet a terra” racconta bene il presente dell’IA: un’industria che procede per rattoppi ingegnosi e soluzioni ponte, con l’urgenza di tenere accese macchine che bruciano elettroni a ritmi impressionanti. Ma non c’è solo la via fossile. In parallelo si fa strada un ritorno al nucleare, più industriale che ideologico: contratti lunghi, potenza stabile, nessuna CO2 a camino.

Google ha annunciato che il Duane Arnold Energy Center, una centrale dell’Iowa chiusa nel 2020, sarà riavviato per alimentare i suoi data center di intelligenza artificiale a partire dai primi mesi del 2029. L’operatore NextEra Energy ha confermato un accordo d’acquisto di elettricità della durata di 25 anni: un’iniezione di prevedibilità che piace a chi deve far crescere corsie di calcolo senza pause. Non è un caso isolato.

L’anno scorso sono circolati piani per riaccendere un reattore a Three Mile Island, in Pennsylvania, con l’obiettivo di sostenere i carichi di Microsoft. Meta, la casa madre di Facebook, ha siglato per vent’anni la piena potenza di una centrale in Illinois. E dal 2030 Google prevede di comprare energia da piccoli reattori innovativi sviluppati da Kairos Power. Naturalmente, la tecnica non annulla le domande. I CF6-80C2 nascono per il cielo: a terra richiedono filtri, silenziatori, sistemi di combustione ottimizzati e controlli rigorosi sulle emissioni. Il loro vantaggio è l’instant power, ovvero la capacità di arrivare a regime in tempi brevi e inseguire il carico con dinamica aeronautica. Lo svantaggio è nella bolletta e nell’impronta climatica: a parità di megawatt, il gas resta più pulito del carbone, ma non compete certo con nucleare e rinnovabili. Qui entra il “mix di transizione” che molti operatori stanno sperimentando: motori ex-aeronautici per gli intertempi, reti potenziate sul medio periodo, contratti con produzione baseload a zero emissioni per la maturità del sito.

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