Il Mediterraneo sta cambiando pelle, e non è una metafora. La notizia che Chiquita, il colosso mondiale delle banane, abbia scelto la Sicilia per il suo primo esperimento di coltivazione europea non è solo una curiosità agricola: è il termometro di un cambiamento climatico che sta ridisegnando la geografia dell’agricoltura mediterranea. La banana, pianta tropicale per eccellenza, non è solo un nuovo prodotto a chilometro zero: è un campanello d’allarme, perché cresce dove le temperature non scendono troppo e gli inverni sono sempre più miti.
La multinazionale del “Bollino Blu” ha già piantato ventimila piante di banano biologico tra Marsala e Campobello di Mazara, in collaborazione con la cooperativa Alma Bio. I primi frutti sono attesi quest’anno, quando nei supermercati italiani farà la sua comparsa una banana che affiancherà al celebre bollino blu la dicitura “Prodotto Italiano” – un binomio che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato fantascienza.
Da anni era coltivata da piccole aziende
Ma attenzione: la Sicilia non è del tutto estranea alle banane. Da anni, alcune piccole aziende coltivano una varietà locale, più piccola e tozza di quella commerciale, che si è adattata al clima dell’isola. Quella varietà locale ha un nome preciso: “banana antica comune siciliana” (Musa acuminata). È una cultivar rustica e aridoresistente, capace di tollerare gli sbalzi termici e i venti costieri meglio delle banane commerciali, pur temendo le gelate più intense. Produce per ondate quasi tutto l’anno grazie ai polloni basali, e i suoi frutti sono più corti e tozzi, spesso con sezione triangolare o quadrangolare. È l’esito di un lungo adattamento al microclima isolano: una storia agronomica diversa, che convive ma non si sovrappone al progetto industriale sulle “banane classiche”.
Anche mango e avogado
La vera novità è che ora anche le banane tropicali “classiche”, quelle che siamo abituati a comprare da sempre, possono crescere in quello che era il regno degli agrumi. Il progetto Chiquita si inserisce in un trend più ampio: il Mediterraneo sta diventando terra di frutti tropicali. Mango e avocado hanno già conquistato oltre 500 ettari tra Palermitano e Catanese, con produzioni che stanno conquistando spazi nella grande distribuzione. Il motivo? Inverni sempre più miti, estati più lunghe e calde, piogge concentrate in brevi periodi – in altre parole, un clima sempre più simile a quello delle regioni tropicali.
Per gli agricoltori, questa “tropicalizzazione” rappresenta nuove opportunità di mercato, con prodotti esotici coltivati a chilometro zero. Ma la medaglia ha un rovescio: le stesse condizioni che favoriscono banane e mango mettono in difficoltà le colture tradizionali mediterranee. Grano duro, agrumi, ulivi e vitigni autoctoni devono fare i conti con siccità prolungate, ondate di calore sempre più intense e parassiti prima sconosciuti.
Ma per grano e ulivi si fa dura
“La banana Prodotto Italiano non è solo un’etichetta, ma una dichiarazione d’intenti”, spiega Costabile Romano, direttore commerciale di Chiquita Italia. Un’affermazione che, involontariamente, racconta molto più di una strategia aziendale: racconta di un Mediterraneo che sta cambiando, dove l’eccezionale diventa normalità e i confini tradizionali dell’agricoltura si spostano insieme alle isoterme.
Vedere una piantagione di banane Chiquita all’ombra dell’Etna non è quindi solo una curiosità economica o un’innovazione agricola. È il segno tangibile di come il cambiamento climatico stia già modificando il nostro territorio, le nostre coltivazioni, la nostra tavola. E com’è ovvio, ogni medaglia ha il suo rovescio: se il clima favorisce frutti tropicali, allo stesso tempo mette in difficoltà colture storiche come grano duro, agrumi, ulivi e vitigni autoctoni, che rischiano di soffrire siccità prolungate, ondate di calore sempre più violente e parassiti prima sconosciuti. La biodiversità agricola mediterranea, costruita in secoli di storia, potrebbe subire uno stravolgimento.
