12 Gennaio 2026
/ 12.01.2026

Quando il pet food inquina più della dieta umana

La ciotola del cane può avere un effetto serra superiore a quello del piatto di chi al cane dà da mangiare? A suggerirlo è un ampio studio sull’impatto ambientale del cibo per cani condotto dai ricercatori delle Università di Edimburgo e di Exeter e pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Cleaner Production. Analizzando quasi mille prodotti per cani in commercio nel Regno Unito – tra alimenti secchi, umidi e crudi – lo studio ha misurato le emissioni di gas serra associate alla produzione degli ingredienti. Il risultato ribalta una convinzione diffusa: le diete considerate più “premium”, soprattutto quelle ricche di carne pregiata, sono spesso anche le più climalteranti.

A questo scenario si è arrivati attraverso una lunga evoluzione del mercato del pet food che ha seguito una traiettoria netta: più carne, più qualità percepita, più prezzo. Cibi umidi, diete crude, ricette “grain-free”, carni dichiarate come pregiate. Tutto pensato per avvicinare la ciotola del cane al piatto dell’essere umano con cui condivide la casa. Peccato che questa umanizzazione dell’alimentazione animale abbia un costo ambientale notevole.

Lo studio mostra che i mangimi più ricchi di carne – soprattutto quando usano tagli che potrebbero finire direttamente nel consumo umano – sono quelli con l’impronta climatica più alta. In alcuni casi la differenza tra un prodotto e l’altro è abissale: si arriva a emissioni fino a 65 volte superiori tra l’opzione peggiore e quella migliore.

A fare la differenza non è soltanto l’ingrediente principale, ma l’impostazione con cui viene confezionato il prodotto. Le crocchette secche tradizionali, soprattutto quelle che includono cereali e sottoprodotti animali, risultano mediamente molto meno impattanti rispetto ai cibi umidi o crudi perché dietro ci sono meno carne “nobile”, filiere più efficienti, meno energia per la conservazione e il trasporto. Al contrario, le diete senza cereali e ad alto contenuto proteico – spesso vendute come scelta più naturale – finiscono per moltiplicare le emissioni.

Oltretutto il peso del settore non è affatto trascurabile. Secondo le stime dei ricercatori, la produzione degli ingredienti utilizzati nel cibo per cani nel solo Regno Unito arriva a rappresentare circa l’1% delle emissioni nazionali di gas serra. Trasposto su scala globale, con modelli alimentari simili, l’impatto potrebbe avvicinarsi a oltre metà delle emissioni annuali generate dal carburante dell’aviazione commerciale.

C’è infine da considerare un’altra delle osservazioni presenti nello studio: ridurre l’impronta climatica non significa affamare o malnutrire i cani. Al contrario. L’uso di parti del ciclo di macellazione meno richieste dal mercato umano – ma perfettamente valide dal punto di vista nutrizionale – consente di abbassare drasticamente le emissioni, evitando sprechi e competizione diretta con l’alimentazione umana.

I ricercatori non puntano il dito contro i proprietari, ma contro un sistema poco chiaro. Le etichette spesso raccontano molto sul marketing e poco sull’impatto ambientale reale. Da qui la richiesta di informazioni più leggibili e confrontabili, per permettere scelte consapevoli in un mercato in piena espansione.

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