14 Gennaio 2026
/ 14.01.2026

Gaiola, la partita non è chiusa: ambientalisti al Consiglio di Stato contro il progetto su Bagnoli

Il progetto contestato riguarda la riconfigurazione della rete fognaria del SIN Bagnoli-Coroglio.Prevede di convogliare gli scarichi di piena dell’intero bacino occidentale di Napoli proprio dentro una zona a massima tutela europea: la ZSC “Fondali marini di Gaiola e Nisida”, parte della Rete Natura 2000

La battaglia per il mare della Gaiola entra in una nuova fase. Dopo lo stop arrivato a novembre, Marevivo e Greenpeace hanno deciso di impugnare davanti al Consiglio di Stato la sentenza del Tar Campania che ha respinto il ricorso contro il progetto di Invitalia per la riorganizzazione delle infrastrutture dell’area di Bagnoli-Coroglio.
Per le associazioni, quella decisione non solo è sbagliata nel merito, ma entra in rotta di collisione con i principi costituzionali che tutelano ambiente ed ecosistemi.

Gli scarichi nel cuore dell’area protetta

Il progetto contestato riguarda la riconfigurazione della rete fognaria del SIN Bagnoli-Coroglio. In concreto, prevede di convogliare gli scarichi di piena dell’intero bacino occidentale di Napoli proprio dentro una zona a massima tutela europea: la ZSC “Fondali marini di Gaiola e Nisida“, parte della Rete Natura 2000. Tradotto: più scarichi sulla battigia e un potenziamento delle emissioni sui fondali.
Una scelta che l’ente del Parco Sommerso di Gaiola contesta da anni, chiedendo l’esatto contrario: chiudere, non rafforzare, i punti di sversamento.

Procedura ok, ambiente no

Secondo le associazioni, il Tar si è concentrato sulla correttezza formale delle procedure amministrative, dando però per scontato che il potenziamento della rete riduca automaticamente l’inquinamento e migliori la qualità delle acque. Da qui l’assunto più contestato: le acque che uscirebbero dal bypass non sarebbero “rifiuti” in senso tecnico, e dunque non configurerebbero un danno ambientale.
Una lettura che, per Marevivo e Greenpeace, sorvola sulle conseguenze concrete per un ecosistema fragile e unico, e rischia di svuotare di senso le tutele previste per le aree marine protette.

Habitat preziosi, studi insufficienti

Il tratto di mare tra Gaiola e Nisida è uno degli ultimi angoli di biodiversità intatta in un contesto urbano densissimo. Qui convivono banchi di coralligeno di grandi dimensioni e praterie di Posidonia oceanica, habitat chiave del Mediterraneo e protetti da direttive europee e convenzioni internazionali.
Il punto critico, sottolineano gli ambientalisti, è che non esistono valutazioni indipendenti e approfondite sull’impatto che nuovi scarichi potrebbero avere su questi fondali, né sono state esplorate seriamente alternative progettuali meno invasive.

“Il tratto di mare che separa la Gaiola dall’Isola di Nisida accoglie habitat marini di grande valore, unici nel contesto costiero urbano, come i tre ampi banchi di coralligeno, una delle comunità biologiche più importanti del Mediterraneo, e la Posidonia oceanica, entrambi tutelati dalla Direttiva Habitat e dalla Convenzione di Barcellona. Eppure, non sono stati effettuati studi adeguati sull’impatto che questi nuovi scarichi potrebbero avere sulla biodiversità esistente, né sono state proposte soluzioni alternative valide”, dichiara Rosalba Giugni, presidente della Fondazione Marevivo.

Leggi e Costituzione chiamate in causa

Nel ricorso al Consiglio di Stato viene richiamato anche il decreto istitutivo del parco sommerso, che vieta esplicitamente qualsiasi alterazione dell’ambiente marino e delle caratteristiche chimiche dell’acqua, inclusi gli sversamenti. Inoltre, lo stesso Testo Unico Ambientale definisce inquinamento l’immissione di sostanze o agenti che possano danneggiare salute, ambiente e usi legittimi del mare.
Per le associazioni, la sentenza ignora questo quadro normativo e persino l’evoluzione recente della Costituzione, che ha inserito la tutela di ambiente, biodiversità ed ecosistemi tra i principi fondamentali, anche nell’interesse delle generazioni future.

Una mobilitazione rimasta inascoltata

Attorno alla Gaiola si è costruito, negli ultimi mesi, un fronte ampio e trasversale: cittadini, scienziati, operatori economici come i miticoltori, sedici associazioni riunite nel coordinamento “Chi Tene ’o Mare”, fondazioni e realtà culturali. Persino il Consiglio regionale della Campania aveva bollato il programma di risanamento come “nefasto”, approvando all’unanimità una mozione contraria.
Nulla di tutto questo, però, ha inciso sulla decisione del Tar.

Ora la parola passa al Consiglio di Stato

L’appello punta a rimettere al centro la questione che conta davvero: se sia accettabile sacrificare un’area marina protetta per un progetto giudicato, nella migliore delle ipotesi, solo parzialmente migliorativo e non risolutivo del problema dell’inquinamento.
Per gli ambientalisti, la vera occasione di riscatto per il mare di Napoli passa da una scelta diversa: convogliare gli scarichi verso sistemi di depurazione adeguati e restituire alla Gaiola il ruolo che le spetta, quello di laboratorio di tutela e non di zona di sacrificio. La partita, insomma, è tutt’altro che chiusa.

“Tutelare un’area marina protetta è un dovere non solo etico ma legale – propone Alfonso Pecoraro Scanio, presidente della Fondazione Univerde – E l’azione per impedire sversamenti serve anche ad evitare la procedura di infrazione comunitaria a carico dell’Italia. Sarebbe utile che lo Stato, in autotutela amministrativa, cambiasse immediatamente il progetto direzionando tutti gli scarichi verso il depuratore di Cuma”.

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