Sempre più tempo passato sui social, sempre più difficoltà a restare concentrati. È questa la relazione che emerge da una recente ricerca internazionale che ha acceso un nuovo faro su bambini e preadolescenti, suggerendo un legame tra l’uso intensivo delle piattaforme social e l’aumento di sintomi riconducibili all’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività), una condizione del neurosviluppo che influisce sulla capacità di mantenere l’attenzione, controllare gli impulsi e regolare l’attività.
Lo studio ha seguito per diversi anni migliaia di ragazzi in età scolare, osservando come cambiavano i loro comportamenti in relazione alle abitudini digitali. Il dato che colpisce non è tanto l’uso occasionale dei social, quanto quello continuativo e prolungato: più ore trascorse ogni giorno tra feed, notifiche e video brevi, maggiore la probabilità di sviluppare problemi di disattenzione nel tempo.
L’attenzione messa alla prova dallo scroll infinito
Secondo i ricercatori, il punto non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui i social allenano il cervello. Contenuti rapidissimi, stimoli che cambiano di continuo, gratificazioni immediate: un mix che abitua l’attenzione a funzionare per frammenti. Il risultato è una maggiore difficoltà a sostenere attività lunghe, ripetitive o meno stimolanti nell’immediato, come lo studio o la lettura.
Non a caso, lo stesso problema non emerge con la stessa forza per altri media digitali come la televisione tradizionale o i videogiochi, che seguono ritmi diversi e richiedono forme di attenzione più strutturate.
Attenzione: non è una condanna automatica
Un punto chiave dello studio è che non si parla di causa diretta. L’uso dei social non “crea” l’ADHD. Piuttosto, può accentuare o rendere più evidenti tratti di disattenzione già presenti. Esiste anche l’ipotesi inversa: ragazzi con maggiori difficoltà di concentrazione potrebbero essere naturalmente più attratti da piattaforme che offrono stimoli rapidi e continui.
In altre parole, il rapporto è complesso e probabilmente bidirezionale. Ma il segnale è chiaro: certe abitudini digitali possono diventare un fattore di rischio per l’equilibrio attentivo.
Per genitori e scuole il messaggio è pragmatico, non allarmistico. Non si tratta di demonizzare i social, ma di governarne l’uso. Orari senza schermi, pause reali, attività fisiche, lettura e gioco non strutturato restano strumenti fondamentali per aiutare il cervello dei più giovani a sviluppare attenzione e autocontrollo.
La tecnologia fa parte della vita quotidiana e non sparirà. Ma come ogni ambiente potente, va abitato con regole chiare. Perché l’attenzione, oggi più che mai, è una risorsa fragile. E sprecarla è un lusso che i ragazzi non possono permettersi.
