Nel 2024, le fiamme hanno divorato, ogni singolo giorno, una superficie di foreste superiore ai 360 chilometri quadrati. Per dare un’idea, è come se ogni 24 ore sparisse un’area più grande dell’intera isola di Malta.
A fine anno, il bilancio totale ha superato i 134.000 chilometri quadrati, una cicatrice sulla superficie terrestre più estesa dell’Inghilterra. È il dato più alto registrato negli ultimi vent’anni.
Dal 2001 a oggi, il fuoco ha cancellato 1,5 milioni di chilometri quadrati di copertura forestale, una superficie pari a quella della Mongolia. Secondo le analisi del World Resources Institute (WRI), gli incendi oggi distruggono oltre il doppio degli alberi rispetto ai primi anni Duemila. Ma non è solo una questione di quantità: a cambiare è la geografia del disastro. Mentre nelle savane africane e nelle aree agricole la superficie bruciata è diminuita grazie alla frammentazione del paesaggio, le foreste sono diventate il nuovo, incandescente, hotspot globale.
Un fumo che attraversa gli oceani
La crisi non risparmia nessuno, ma alcune regioni stanno pagando un prezzo altissimo. Il Canada ha vissuto stagioni apocalittiche: nel solo 2023 sono bruciati 78.000 chilometri quadrati di foreste boreali. I fumi tossici canadesi hanno attraversato l’Atlantico raggiungendo l’Europa e sono stati collegati a migliaia di decessi prematuri. Tra le vittime c’è anche Carter Vigh, un bambino di soli nove anni morto per un attacco d’asma mentre si trovava in un campo estivo nella Columbia Britannica.
In Russia, la situazione è altrettanto critica. Tra il 2001 e il 2024 sono bruciati oltre 623.000 chilometri quadrati di foreste, una superficie simile all’intera Francia. Le fiamme hanno ormai raggiunto le regioni del permafrost all’interno del Circolo Polare Artico, aree che storicamente erano troppo fredde e umide per bruciare. Il ghiaccio millenario si scioglie, il suolo si secca e la terra, letteralmente, prende fuoco dove non dovrebbe.
Il “loop” del carbonio
Il vero dramma scientifico risiede in quello che gli esperti chiamano “ciclo di retroazione”. Le foreste sono i nostri alleati più preziosi perché assorbono CO₂, ma quando bruciano si trasformano in giganteschi camini che rilasciano il carbonio accumulato per secoli. Nel 2024, le foreste globali hanno assorbito solo un quarto della CO₂ rispetto a un anno standard.
James MacCarthy, ricercatore del WRI, ha spiegato a The Guardian che le strategie naturali di sopravvivenza degli alberi — come la corteccia spessa o i semi che germogliano col calore — non bastano più di fronte a roghi così frequenti e intensi. In Amazzonia, la combinazione tra la siccità estrema favorita da El Niño e la deforestazione illegale ha portato alla perdita di 23.000 chilometri quadrati nel 2024, il dato più alto dal 2016. Qui il fuoco diventa uno strumento di “land grabbing” che sfugge al controllo, penetrando nei territori indigeni e nelle aree protette.
La resistenza dei ranger Guaraní
Nonostante il quadro sia fosco, esistono modelli che funzionano. In Bolivia, il 2024 è stato l’anno peggiore della storia, con perdite raddoppiate rispetto ai record precedenti. Eppure, nel territorio indigeno di Charagua Iyambae, il disastro è stato contenuto. Il segreto? Una gestione locale strutturata.
I ranger Guaraní dell’area protetta di Ñembi Guasu utilizzano il monitoraggio satellitare per individuare i focolai in tempo reale. Grazie a sistemi di allerta precoce, le squadre intervengono quando l’incendio è ancora piccolo, impedendogli di diventare un mostro ingovernabile. Questo dimostra che, sebbene la riduzione delle emissioni globali sia l’unica soluzione a lungo termine, l’investimento nella gestione del rischio e il supporto alle comunità locali possono salvare ecosistemi vitali già oggi.
