Milano ospita una mostra che rinuncia alla forma espositiva tradizionale. Dal 29 gennaio al 6 aprile 2026, a Brera, il Laboratorio FAAM diventa una soglia: non un percorso da osservare, ma uno spazio da attraversare. “Dino Buzzati e l’Aldilà” costruisce una casa che non è mai esistita e che pure appare riconoscibile, perché fatta della stessa materia delle paure, dei paesaggi e delle tensioni che attraversano l’opera di uno dei maggiori protagonisti del Novecento italiano.
Il progetto, inserito nel programma dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026 e promosso dalla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori con la Fondazione Dino Buzzati e altri partner istituzionali e culturali, sceglie una strada precisa: entrare nell’immaginario buzzatiano senza semplificarlo. Ogni stanza restituisce un frammento, ogni passaggio mette in comunicazione livelli diversi della realtà. Non c’è intento celebrativo, ma un lavoro di messa in scena che rende visibile il continuo scarto tra cronaca e mito, tra quotidiano e inquietudine.
Un ambiente da attraversare
L’allestimento curato da Virgilio Villoresi e Lorenzo Viganò prende le mosse da Poema a fumetti (1969), il testamento artistico di Buzzati e prima graphic novel italiana. Da qui nasce un percorso immersivo fatto di scenografie artigianali, immagini e suggestioni sonore che oscillano costantemente tra discesa e risalita, abisso e vetta. L’ispirazione a L’eterno ritorno di Orfeo di Villoresi è dichiarata, ma il risultato evita la citazione illustrativa: il mito diventa una chiave per leggere il presente, non un esercizio di stile.
La duplice identità di Buzzati – nato a Belluno e milanese d’adozione – emerge come una tensione strutturale. Da un lato la Milano moderna, raccontata nei romanzi e soprattutto negli articoli per il Corriere della Sera, dove fu inviato speciale per oltre quarant’anni; dall’altro la montagna, mai ridotta a semplice sfondo, ma assunta come destino e come misura del limite umano. È la montagna di Barnabo delle montagne e de Il segreto del Bosco Vecchio, ma anche quella delle cronache civili, come il racconto della tragedia del Vajont, dove il paesaggio diventa responsabilità.
In questo equilibrio instabile trova spazio anche il rapporto di Buzzati con l’alpinismo, una disciplina che implica resistenza, attenzione e consapevolezza del rischio.
A tenere insieme città e montagne è una dimensione metafisica che attraversa tutta l’opera buzzatiana. Gli spazi non sono mai soltanto reali: mettono in comunicazione il visibile con l’invisibile, il presente con un altrove che non offre consolazione. La sintesi più efficace di questa visione resta il dipinto Piazza del Duomo a Milano, dove la cattedrale si trasforma in una vetta dolomitica. Non un paradosso visivo, ma un’immagine simbolo che unisce spazio urbano e paesaggio naturale, realtà e trascendenza.
“Dino Buzzati e l’Aldilà” chiede al visitatore di accettare l’attraversamento, di abitare l’incertezza.
