Saresti disposto a sostituire il tuo hamburger tradizionale con uno coltivato se questo aiutasse concretamente il Pianeta? Un interrogativo profondamente etico, che ne sottende un secondo: come continueremo a mangiare carne senza distruggere l’ecosistema? È davvero possibile? La risposta c’è, e potrebbe non arrivare dai pascoli, ma dei bioreattori. La carne coltivata, spesso erroneamente chiamata “sintetica“, esce dai laboratori per entrare nei menù del mondo, dagli Stati Uniti a Singapore. Ma l’Europa – l’Italia in testa – sembra aver tirato il freno a mano.
Ma che cos’è questa tecnologia e perché sta sollevando polemiche tanto culturali quanto ambientali?
Che cosa (non è) la carne coltivata
Dimenticate le provette di vetro e i liquidi fluorescenti dei film di fantascienza: la produzione di carne coltivata è un processo bio-ingegneristico che parte da un concetto semplice, la proliferazione cellulare. In altri termini, si preleva un piccolo campione di cellule staminali da un animale vivo, tramite una biopsia indolore, poi queste cellule vengono “nutrite” all’interno di un bioreattore, un ambiente controllato che simula il corpo dell’animale. Una tecnica che permette di fornire calore, ossigeno e un terreno di coltura ricco di amminoacidi, zuccheri e sali minerali.
Il risultato è carne animale, identica a quella tradizionale a livello molecolare e nutrizionale, ma cresciuta senza la necessità di allevare, nutrire e soprattutto macellare un essere senziente.
L’urgenza di questa innovazione risiede nei numeri spietati dell’industria zootecnica tradizionale: secondo la Fao, gli allevamenti intensivi sono responsabili del circa il 14,5% delle emissioni globali di gas serra. Ma il problema non è solo l’aria. Oggi, circa il 70% delle terre agricole mondiali è destinato al bestiame tra pascoli e coltivazioni di foraggio come la soia. In quest’ottica, la carne coltivata potrebbe ridurre l’occupazione del suolo fino al 95%; il che, potrebbe significare restituire enormi aree alla natura o alla riforestazione.
Ancora, per produrre un singolo chilogrammo di carne bovina servono, in media, 15 mila litri d’acqua: la produzione da laboratorio, invece, promette di abbattere questo consumo di una percentuale compresa tra l’80% e il 90%.
In ultimo, e non per importanza, oltre a eliminare la sofferenza animale, la carne coltivata aiuta nella risoluzione di due problemi sanitari: l’antibiotico-resistenza e la zoonosi.
Paradosso europeo: perché siamo fermi?
Mentre giganti come Eat Just e Upside Foods ottengono autorizzazioni in Asia e America, e molte nazioni investono miliardi nel settore, l’Europa appare paralizzata da un mix di burocrazia e protezionismo culturale. Nell’Unione Europea, qualsiasi alimento non consumato in modo significativo prima del 1997 deve passare attraverso il regolamento sul Novel Foods, un processo rigorosissimo gestito dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare. E se da un lato questo garantisce la massima sicurezza per il consumatore, dall’altro i tempi sono lunghissimi: possono volerci anni prima che a un prodotto venga concessa l’autorizzazione per la vendita.
In questo scenario, l’Italia ha fatto un passo ulteriore, diventando il primo Paese al modo a vietare per legge la produzione e la commercializzazione di carne coltivata, ufficialmente per proteggere il patrimonio agroalimentare e la salute dei cittadini. Ma molti analisti vedono in questa mossa un rischio di auto-esclusione tecnologica. E dunque, mentre nel resto del mondo si sviluppano i brevetti e le infrastrutture di una filiera che varrà miliardi, l’Europa rischia di trovarsi, tra dieci anni, a dover importare questa tecnologia dall’estero, perdendo la sovranità alimentare che, ironicamente, dichiara di voler difendere.
Una tecnologia non priva di criticità
Rimangono comunque nodi tecnologici ed economici enormi da sciogliere. Da una parte il costo dell’energia: far funzionare migliaia di bioreattori richiede un’enorme quantità di energia elettrica, e se questa energia non proviene da fonti rinnovabili, il vantaggio ecologico della carne coltivata si assottiglia drasticamente. Poi la questione del terreno di coltura: il siero fetale bovino era l’ingrediente chiave per far crescere le cellule, il che rendeva il processo né etico né economico. Oggi, però, esistono e sono in via di sviluppo alternative sintetiche vegetali.
Infine, l’accettazione sociale. Il termine “carne sintetica”, infatti, evoca un senso di artificialità che respinge il consumatore. E superare il cosiddetto yuck factor richiede una comunicazione trasparente e un assaggio che convinca anche i palati più tradizionalisti.
Un futuro di coesistenza?
Dunque, al netto delle sfide che la carne coltivata pone, sembra però poter diventare l’alleata perfetta per eliminare la parte più problematica del sistema, ossia l’allevamento intensivo di massa, quello che produce carne di bassa qualità a costi ambientali altissimi. E uno scenario in cui la carne allevata e gli allevamenti estensivi e rigenerativi, che producono tagli pregiati legati al territorio e alla biodiversità, coesistono è possibile. Includendo in queto scenario il peso sempre maggiore delle alternative plant-based che costituiscono la terza opzione.
