Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, l’Iran è tornato in piazza, con manifestazioni che hanno visto decine di migliaia di vittime sotto la durissima repressione del regime guidato dall’ayatollah Ali Khamenei. Il Paese, già scosso dalle proteste scoppiate nel 2022 dopo la morte di Mahsa Amini, affronta ora un’emergenza che va oltre l’economia e la politica: una crisi ecologica in cui siccità, subsidenza del suolo e inquinamento dell’aria stanno trasformando le città e le campagne in spazi ostili alla vita.
Le manifestazioni odierne non chiedono più solo pane o libertà civili: rivendicano il diritto a respirare, a camminare su un terreno stabile e a vivere un futuro possibile. La crisi ecologica si intreccia con quella economica: il crollo della moneta, l’inflazione galoppante e i prezzi dei beni essenziali hanno impoverito la classe media, mentre le famiglie più povere affrontano condizioni di vita sempre più estreme. Le proteste sono dunque un’alleanza tra ceti sociali diversi, uniti nella lotta per la sopravvivenza.
Il Paese che sprofonda
Secondo il National Cartographic Centre, alcune aree dell’Iran perdono fino a 30 centimetri di suolo all’anno, un tasso 40 volte superiore alla media dei Paesi sviluppati. Isfahan e Tehran mostrano profonde crepe nei ponti e nei monumenti storici, segni visibili di un collasso culturale oltre che fisico. Le zone urbane come Varamin e Shahriar subiscono subsidenza anche su infrastrutture critiche come aeroporti, ferrovie e raffinerie. Le falde acquifere nazionali mostrano un deficit di 130 miliardi di metri cubi, aggravato da un’agricoltura inefficiente e industrie energivore. I progetti di trasferimento inter-regionale delle acque generano tensioni tra province e aumentano il rischio di conflitti locali.
Aria tossica e blackout
L’inquinamento dell’aria è ormai cronico. Nonostante l’Iran possieda le seconde riserve di gas al mondo, la carenza di gas pulito ha costretto industrie e famiglie a bruciare mazut, un combustibile altamente inquinante. Le emissioni di ossidi di zolfo possono superare 10 volte i limiti legali, e in alcune città i giorni di “aria respirabile” scendono sotto cinque all’anno. Secondo il ministero della Salute, circa 30.000 morti all’anno sono attribuibili all’inquinamento atmosferico. I blackout prolungati paralizzano ascensori, pompe idriche, frigoriferi e reti digitali, interrompendo la vita quotidiana e il reddito dei cittadini.
Declino sociale e crisi alimentare
La crisi ecologica minaccia anche la sicurezza alimentare. L’inaridimento di oltre 1,5 milioni di ettari di querce nella catena del Zagros e la trasformazione dei pascoli in deserti hanno ridotto la filtrazione naturale di acqua e suolo, aumentando erosione e contaminazione. Ogni anno circa 100.000 ettari di terreno agricolo e pascoli rischiano di diventare deserti, con un tasso di erosione tre volte superiore alla media globale, il più alto tra i Paesi mediorientali. La perdita di suolo fertile corrisponde a 10-15% del Pil, ricchezza nazionale dispersa dall’erosione. La classe media urbana vede ridursi il valore delle proprie abitazioni, mentre contadini e allevatori tradizionali diventano “soldati” della periferia urbana, privati di risorse e futuro.
Il nuovo paradigma delle proteste
Le proteste del 2026 segnano un cambiamento di paradigma: non si tratta più di lotte episodiche, ma della difesa del diritto a esistere in un territorio abitabile. Ogni manifestante è parte di un’alleanza contro un avversario spietato: la terra che si prosciuga, l’aria che uccide e le infrastrutture che cedono. In assenza di investimenti internazionali e strategie reali per la crisi climatica, il silenzio non è più solo povertà: è morte. In Iran, respirare, camminare e vivere diventano azioni politiche, e la sopravvivenza è diventata la più potente delle proteste.
