27 Gennaio 2026
/ 27.01.2026

Sulle spiagge la plastica è il 90% dei rifiuti

Bilancio di Legambiente a quattro anni dal recepimento della direttiva europea SUP (Single Use Plastics). La bioplastica resta ferma allo 0,2%

A quattro anni dal recepimento della direttiva europea SUP (Single Use Plastics), il bilancio italiano sul fronte dei rifiuti dispersi nell’ambiente è tutt’altro che rassicurante. Spiagge e parchi urbani continuano a raccontare la stessa storia: la plastica tradizionale domina incontrastata, mentre le alternative compostabili restano una presenza marginale. A certificarlo è il nuovo studio di Legambiente “Beach e Park Litter, che per la prima volta monitora in modo sistematico anche i rifiuti in bioplastica compostabile su scala nazionale.

Tra il 2021 e il 2024 l’associazione ha raccolto e catalogato oltre 40 mila rifiuti in 10 spiagge e 10 parchi urbani della Penisola. Il dato che salta subito agli occhi è netto: l’80% dei rifiuti è costituito da plastica tradizionale, in gran parte imballaggi e oggetti monouso. Le bioplastiche compostabili, spesso tirate in ballo come presunto nuovo problema ambientale, rappresentano appena lo 0,2% del totale. Una quantità quasi simbolica.

Una fotografia impietosa

Il monitoraggio restituisce una fotografia impietosa. Sulle spiagge, dove sono stati raccolti quasi due terzi dei rifiuti totali, la plastica tradizionale arriva a superare il 90%, mentre la bioplastica resta ferma allo 0,2%. Nei parchi urbani la composizione è più varia, con una presenza significativa di metalli, carta, vetro e ceramica, ma anche qui i polimeri tradizionali restano la componente principale. In entrambi i contesti il littering continua a colpire soprattutto gli oggetti usa e getta: tappi e coperchi per bevande, bottiglie di piccolo e grande formato, sacchetti e bicchieri.

Uno degli elementi più interessanti dello studio è proprio l’attenzione dedicata alle bioplastiche compostabili, finora escluse dai protocolli ufficiali europei di monitoraggio. Legambiente ha deciso di inserirle come categoria autonoma, affiancando il lavoro di citizen science con analisi di laboratorio realizzate dal Dipartimento di Chimica della Sapienza di Roma, che hanno confermato l’affidabilità del metodo. L’obiettivo non è solo contare i rifiuti, ma capire come migliorare la gestione del fine vita di questi materiali e affinare le politiche di prevenzione.

Una minaccia per la biodiversità

Emerge un dato di fatto. Il problema non sono le bioplastiche, ma l’enorme quantità di plastica monouso ancora dispersa nell’ambiente. Come sottolinea Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, “l’inquinamento da littering continua a restare un’emergenza costante in Italia e una minaccia per biodiversità, ambiente ed ecosistemi, nonostante il recepimento della direttiva europea SUP”. Per l’associazione, la direttiva va applicata con maggiore coerenza e va colmato un vuoto normativo cruciale: la mancata definizione del concetto di “riutilizzabile”, che rischia di indebolire l’efficacia delle misure contro l’usa e getta.

Quattro anni dopo la SUP, dunque, il problema non è cambiato natura: è ancora una questione di quantità, abitudini e norme incomplete. Le spiagge e i parchi italiani lo dicono senza giri di parole. La plastica usa e getta continua a essere ovunque. Le alternative, numeri alla mano, no.

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