27 Gennaio 2026
/ 27.01.2026

Una mano rossa di 67.800 anni fa riscrive la storia della creatività

Sull’isola di Sulawesi, in Indonesia, una pittura rupestre ridefinisce le origini dell’immaginazione simbolica della nostra specie

Nelle viscere di una grotta calcarea sull’isola di Muna, al largo della costa indonesiana di Sulawesi, si nasconde un segreto che demolisce certezze un tempo considerate consolidate. È una mano o, meglio, il contorno sbiadito di una mano, tracciato con un pigmento rosso, 67.800 anni fa. Un “artiglio rosso“, come l’hanno ribattezzato i ricercatori che l’hanno rintracciato, perché le dita sono state volutamente modificate, allungate e affusolate in qualcosa che somiglia, appunto, più a un artiglio che a una mano.

La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature da un team internazionale guidato da Adam Brumm della Griffith University in Australia e Maxime Aubert della stessa università, non si limita a retrodatare l’arte rupestre. Ridefinisce dove e quando la nostra specie ha iniziato a pensare in modo simbolico e astratto. Quella capacità che ci ha portato a inventare il linguaggio, la religione, la scienza. A raccontare storie, e a tramandarle.

Oltre il dogma eurocentrico

Per decenni, il mondo accademico ha ritenuto che l’esplosione creativa dell’homo sapiens fosse avvenuta in Europa, circa 40.000 anni fa. Le spettacolari pitture di Altamira o Lascaux sembravano testimoniare un improvviso “Big Bang” della mente umana, avvenuto tra i ghiacci del Vecchio Continente. “Quando andavo all’università, tra la metà e la fine degli anni ’90, questo era ciò che ci insegnavano”, ha raccontato Brumm. Ma l’artiglio rosso di Muna racconta una storia diversa: la creatività non è un’invenzione europea, ma un tratto innato della nostra specie, che ci accompagna fin da quando abbiamo lasciato l’Africa.

Lo stencil di Liang Metanduno è ora ufficialmente la più antica pittura rupestre datata in modo affidabile al mondo, superando di oltre un millennio lo stencil spagnolo della grotta di Maltravieso (66.700 anni), la cui datazione è peraltro ancora oggetto di dibattito tra gli esperti. In Indonesia, invece, la tecnica utilizzata — analizzando le sottili croste minerali formate sopra il pigmento — non sembra lasciare spazio a dubbi.

Una nuova cronologia per i primi aborigeni

Le implicazioni di questa scoperta travalicano l’ambito artistico. Sulawesi si trova infatti lungo la rotta marittima che portava all’antico continente Sahul (che comprendeva Australia e Nuova Guinea). Se l’Homo sapiens era già a Sulawesi 67.800 anni fa, producendo arte simbolica complessa, diventa molto più credibile che i primi esseri umani abbiano raggiunto l’Australia circa 65.000 anni fa — ben 15.000 anni prima della datazione comunemente accettata.

L’isola delle mani eterne

Le pareti della grottadi Liang Metanduno rivelano che questo luogo è stato al centro di un’attività artistica che si è protratta per almeno 35.000 anni. Alcuni dipinti molto più recenti sullo stesso pannello, realizzati circa 20.000 anni fa, si sovrappongono alle tracce più antiche, rivelando che la grotta è stata utilizzata ripetutamente per decine di migliaia di anni.

Anni di lavoro sul campo da parte di colleghi indonesiani hanno portato alla luce centinaia di nuovi siti di arte rupestre in aree remote di Sulawesi. L’isola, dunque, non era un laboratorio isolato, ma parte di una cultura artistica diffusa, sofisticata, radicata. Quella mano con artiglio rosso, sbiadita e frammentaria, è la prova tangibile che la nostra capacità di immaginare, simbolizzare, trasformare il mondo attraverso l’arte era già pienamente sviluppata decine di migliaia di anni fa, molto prima di quanto pensassimo. E che questa capacità non era confinata in un angolo d’Europa, ma si era diffusa ovunque i nostri antenati si erano spinti.

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