Il conto alla rovescia verso Milano-Cortina 2026 è dominato da una domanda che quasi nessuno avrebbe posto ai tempi delle Olimpiadi del 1956: farà abbastanza freddo? Secondo un’analisi di Climate Central, il clima più caldo sta ridisegnando i confini della neve affidabile e del ghiaccio resistente, imponendo ai Giochi Invernali una crescente dipendenza dalla tecnologia e comprimendo i margini di sicurezza ed equità delle gare all’aperto. Anche nel cuore delle Alpi italiane, dove l’altitudine dovrebbe offrire garanzie, serviranno oltre 2,3 milioni di metri cubi di neve artificiale per allestire piste e tracciati.
Settant’anni di riscaldamento
Settant’anni di riscaldamento hanno cambiato il clima di Cortina d’Ampezzo. Le temperature medie di febbraio sono salite di 3,6 °C rispetto agli anni Cinquanta, avvicinando il mese olimpico alla soglia di disgelo: da una media di circa -7,1 °C nei decenni passati a valori attorno a -2,7 °C negli ultimi anni. Il freddo è meno frequente: i giorni con temperature sotto zero sono diminuiti da 214 all’anno, nel decennio successivo ai Giochi del ’56, a 173 tra il 2016 e il 2025. Quarantuno giornate di gelo in meno non sono un dettaglio per discipline che richiedono superfici compatte e omogenee per garantire sicurezza e parità di condizioni tra gli atleti. A Milano, sede delle gare su ghiaccio, febbraio si è scaldato di 3,2 °C.
La neve naturale, peraltro, è più scarsa. Studi citati nell’analisi indicano che a Cortina la profondità media della neve in febbraio si è ridotta di circa 15 centimetri tra il 1971 e il 2019, un segnale del riscaldamento sulle Alpi. Non è un segnale isolato: tutte le 19 città dei Giochi Invernali dal 1950 hanno registrato un aumento delle temperature medie di febbraio, pari a 2,7 °C. È la traiettoria di un inverno che cambia, con rischi e incertezze per le competizioni.
Una ricerca del 2024 ha quantificato come l’innalzamento delle temperature restringa il numero delle città idonee a ospitare i Giochi. Valutando 93 sedi passate o potenziali in base a due criteri chiave — la probabilità di minime giornaliere a zero o sottozero e la probabilità di avere almeno 30 centimetri di neve al suolo — oggi 87 località su 93 risultano affidabili. Ma nello scenario di riscaldamento medio con impegni globali di riduzione delle emissioni, entro gli anni Cinquanta resterebbero affidabili solo 52 sedi.
Gli sport che hanno scelto le gare al chiuso
Gli sport si stanno adattando a fatica. Quelli un tempo all’aperto hanno progressivamente ripiegato al chiuso: tra anni Settanta e Ottanta, hockey, pattinaggio artistico, velocità e curling hanno trovato nei palazzetti refrigerati una stabilità che il meteo non garantiva più. Ma per sci alpino, snowboard, fondo, combinata, salto e bob la partita resta all’aperto e si complica. Il 94% degli atleti e allenatori d’élite interpellati in uno studio del 2022 teme effetti negativi del cambiamento climatico sul proprio sport. Gli snowboarder inseguono la neve, costretti a spostare gli allenamenti in cerca di pendii più freddi e affidabili. Le stagioni sciistiche si accorciano: negli Stati Uniti, la durata media si è ridotta fino a una settimana rispetto al periodo 1960–1979. Nel bob, anche quando le piste sono all’aperto, la refrigerazione costante diventa indispensabile per mantenere il ghiaccio; ma l’operazione genera brina che rallenta il tracciato, sollevando questioni di equità fra chi parte prima e chi dopo.
La neve artificiale è parte integrante dell’ecosistema olimpico invernale. È preziosa per assicurare pendenze e consistenze uniformi, ma non risolve tutto: richiede condizioni di aria secca e fredda per essere prodotta e mantenuta, oltre a significativi investimenti energetici e idrici. Nel migliore dei casi, standardizza; nel peggiore, se il termometro resta troppo alto, non attecchisce e lascia piste vulnerabili alla pioggia e alla trasformazione del manto in granita, con effetti a catena sulla sicurezza.
