Juan Orlando Hernández (JOH) è libero. La grazia concessa da Donald Trump a fine dicembre scorso ha cancellato con un colpo di penna la condanna a 45 anni di carcere per narcotraffico e possesso di armi che l’ex presidente honduregno stava scontando negli Stati Uniti. Per le comunità indigene e i difensori della terra in Honduras, però, è un segnale di morte. Il messaggio che arriva da Washington è che il potere politico può proteggere chiunque, anche chi ha trasformato uno Stato in un centro di smistamento per 400 tonnellate di cocaina e, come ha segnalato il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, ha svenduto il patrimonio naturale alle industrie estrattive.
Durante il suo mandato, Hernández ha promosso un modello economico basato sullo sfruttamento estremo delle risorse. Il suo governo ha investito circa 72 milioni di dollari per espandere le piantagioni di olio di palma, un’operazione che ha lasciato dietro di sé foreste rase al suolo e comunità contadine schiacciate dalla violenza.
I numeri della strage
L’Honduras detiene il record mondiale di omicidi di attivisti ambientali per abitante. Secondo l’organizzazione Global Witness, tra il 2012 e il 2024 sono stati documentati almeno 155 assassinii di difensori della terra. Oltre il 90% di questi crimini non arriva a un processo. “L’enorme portata dell’impunità è alla base di questa triste realtà”, ha spiegato al Guardian Toby Hill, investigatore di Global Witness. La corruzione sistemica ha svuotato le istituzioni giudiziarie, rendendole incapaci di proteggere chi si oppone ai grandi progetti minerari o idroelettrici.
La grazia di Trump aggrava questa crisi. Secondo una ricercatrice e attivista, che ha parlato con il quotidiano inglese ma che vuole rimanere anonima, la decisione è un via libera ufficiale: se la fedeltà politica può cancellare una condanna per narcotraffico, non esiste più alcuna protezione per chi denuncia gli abusi delle multinazionali del legname o dell’agroalimentare.
La giustizia ferma ai piedi dei potenti
L’omicidio dell’ambientalista e attivista honduregna Berta Cáceres nel 2016 rimane il simbolo di un sistema giudiziario monco. Nonostante alcune condanne, i mandanti restano irraggiungibili. Ne è la prova Daniel Atala Midence, sospettato di essere tra i finanziatori dell’omicidio Cáceres e membro di una delle famiglie più influenti del Paese: è latitante da anni, dopo essere stato informato dell’ordine di arresto prima che la polizia potesse intervenire.
La vittoria elettorale di Nasry Asfura, dello stesso partito di Hernández, avvenuta il 27 gennaio scorso chiude il cerchio della restaurazione. Il legame tra politica di destra e industrie estrattive, già evidente sotto JOH, torna a essere l’asse portante dello Stato, marginalizzando le promesse di giustizia della precedente presidenza Castro.
Difensori nel mirino e isolamento regionale
Le conseguenze si misurano in omicidi. Lo scorso febbraio, l’ambientalista Juan Bautista e suo figlio sono stati uccisi e smembrati in un canyon per essersi opposti al disboscamento illegale nel dipartimento di Comayagua. Non è stato effettuato alcun arresto. Le famiglie delle vittime sanno che i gruppi criminali legati allo sfruttamento delle risorse agiscono con la certezza di non essere perseguiti.
La decisione di Trump legittima i governi autoritari di tutta l’America Latina nel colpire chi difende i beni comuni. In Honduras, dove difendere un fiume o una foresta è diventato un atto di resistenza estrema, la giustizia non è più un diritto. “Qui è sempre stata fragile”, hanno spiegato gli attivisti, “ora è diventata un optional”.
