3 Febbraio 2026
/ 3.02.2026

Spreco alimentare, la variabile nascosta è l’età

Cosa racconta il “Caso Italia 2026”curato dall’Osservatorio Waste Watcher International: dimmi quanti anni hai e ti dirò quanto sprechi

Dimmi quanti anni hai e ti dirò quanto sprechi. Dietro questa formula efficace c’è molto più di uno slogan. Il “Caso Italia 2026“, presentato a Roma dall’Osservatorio Waste Watcher International in vista della 13ª Giornata Nazionale di Prevenzione dello Spreco Alimentare del 5 febbraio, mostra come lo spreco alimentare in Italia segua linee generazionali precise, intrecciando cultura, tempo disponibile, competenze pratiche e uso della tecnologia.

Il rapporto introduce il concetto di “intelligenza generazionale”: una forma di intelligenza non teorica, ma quotidiana, che nasce dall’esperienza e dalle abitudini. Ed è proprio qui che l’Italia presenta un quadro interessante, fatto di luci e ombre, ma anche di potenzialità spesso sottovalutate.

Boomers virtuosi, giovani consapevoli ma disorganizzati

I dati raccontano che i baby boomers sono oggi la fascia che spreca meno. Non perché abbiano letto più report o seguito campagne di sensibilizzazione, ma perché sanno gestire il cibo: cucinano, riutilizzano, pianificano, dosano. È una competenza incorporata, frutto di un’educazione materiale in cui il cibo ha un valore concreto, economico prima ancora che simbolico.

All’estremo opposto si colloca la Generazione Z. È la più attenta ai temi ambientali, la più esposta ai messaggi #sprecozero, ma anche quella che dichiara livelli più elevati di spreco domestico percepito. Il motivo non è il disinteresse, bensì la frammentazione del tempo: pasti irregolari, consumo fuori casa, scarsa pianificazione, frigoriferi caotici. La consapevolezza c’è, la pratica meno.

In mezzo stanno Millennials e Generazione X, con profili differenti ma problemi comuni. I primi sono informati, motivati, ma spesso schiacciati da ritmi di vita che rendono difficile tradurre le buone intenzioni in comportamenti costanti. I secondi tengono meglio l’equilibrio, senza eccellere né crollare: pianificano abbastanza, sprecano meno della media, ma raramente diventano modello.

Non quattro colpe, ma quattro competenze diverse

Il punto centrale del “Caso Italia 2026” è che non esiste uno spreco alimentare unico, ma almeno quattro, quanti sono i profili generazionali che convivono oggi nelle famiglie italiane. Ed è qui che emerge un problema strutturale: la trasmissione delle competenze si è interrotta. Le abilità pratiche dei più anziani non arrivano ai più giovani, mentre le capacità digitali delle nuove generazioni non vengono messe al servizio della gestione quotidiana del cibo.

Come sottolinea l’agroeconomista Andrea Segrè, fondatore della Giornata nazionale, la prevenzione dello spreco non è solo una questione ambientale, ma un fatto culturale e sociale. In un Paese dove il cibo è identità, memoria e relazione, buttare significa perdere valore su più livelli.

La sfida vera: un’alleanza tra generazioni

Per raggiungere l’obiettivo europeo e Onu (dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030) non basta parlare a tutti allo stesso modo. Servono politiche e campagne differenziate, capaci di valorizzare ciò che ogni generazione sa fare meglio. I boomers possono insegnare il “come si fa”, la Gen Z può portare strumenti digitali e nuove metriche, i Millennials possono trasformare l’organizzazione in progetto, la Generazione X può fare da cerniera.

Il “Caso Italia 2026” non offre una classifica morale, ma una mappa utile per intervenire meglio. Perché ridurre lo spreco alimentare non significa solo buttare meno, ma ricostruire competenze condivise. E questa, oggi più che mai, è una questione di intelligenza collettiva, prima ancora che generazionale.

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