L’uscita dalla Lega del generale Roberto Vannacci, quello che per difenderci dagli eventi estremise la piglia con gli “eco-ansiosi, progressisti, sostenitori delle trote e delle anguille”, può aiutare a riportare l’Italia verso l’Europa (e rafforzare l’Europa con la presenza di un’Italia dinamica)? Il movimento che Vannacci vuole creare potrebbe diventare una faglia capace di spaccare l’attuale coalizione di governo isolando la destra più estrema. Ma per questa prospettiva c’è bisogno di un progetto capace di guardare al futuro, di far girare l’economia, di parlare al cuore. E la sicurezza ambientale e climatica, la difesa della coesione sociale, l’aiuto alle aziende innovative sono parte essenziale di questo progetto.
La questione ambientale appare decisiva non solo perché riguarda le premesse fisiche su cui le nostre società si reggono – senza stabilità climatica collasserebbero – ma perché indica la direzione di sviluppo industriale. Per essere più chiari prendiamo due esempi. Il primo è uno dei settori che sono stati a lungo centrali nella nostra economia: le auto. Il governo Meloni ha fatto una bandiera dell’opposizione allo stop europeo al 2035 per la produzione di auto con emissione di CO2 al tubo di scappamento pari a zero. Ma cosa è successo mentre le destre provavano a combattere le auto elettriche?
Secondo i dati dell’Associazione europea dei costruttori, l’anno scorso nell’Unione Europea la quota di mercato delle elettriche pure ha sfiorato il 17,4% del totale, una crescita significativa rispetto al 13,6% del 2024. Con le ibride tradizionali e le ibride plug-in si è arrivati a più della metà delle immatricolazioni. In Norvegia le full electric hanno rappresentato la quasi totalità delle auto vendute, in Danimarca sono state più di 2 su 3, nei Paesi Bassi 4 su 10.
Pechino, che ha puntato senza tentennamenti sull’elettrificazione del settore, ha conquistato ampie fette di questo mercato in veloce espansione: nelle vendite mondiali di auto elettriche la Cina vale ormai circa due terzi del totale. In queste condizioni è meglio puntare sulla difesa del fortino delle auto che emettono CO2, condannato a una resa di cui si discute solo la data, o cercare di agganciare il carro delle tecnologie vincenti? Il governo Meloni ha scelto la risposta numero uno.
Il secondo esempio è la difesa dalla crisi climatica in atto: un atto obbligato perché i danni crescono di anno in anno. Non potrebbe essere diversamente perché viviamo nel triennio più caldo nella storia della meteorologia, l’unico in cui la temperatura media globale ha superato l’aumento di 1,5 gradi, cioè il limite di sicurezza indicato dalla comunità scientifica. In questa situazione bisogna prendere atto della necessità di cambiare la strategia per difenderci dalle acque in eccesso (alluvioni sempre più devastanti) e in difetto (siccità sempre più prolungate).
La comunità scientifica indica le soluzioni, soluzione basate in buona parte su sistemi naturali ben collaudati: città spugna che non combattono le piogge ma le utilizzano per aumentare le scorte di acqua; aumento delle aree verdi per difendere i nostri polmoni e la biodiversità; recupero delle acque di scarto per darle ai campi sempre più assetati. Le destre definiscono questi rimedi “ideologici”, e di fatto ripropongono gli errori di comprensione del territorio che hanno portato al modello Niscemi.
Non c’è più tempo. Abbiamo bisogno di cose concrete: un piano di adattamento climatico; una politica industriale proiettata verso il futuro; una legge per difendere il suolo; una spinta verso l’economia circolare e le rinnovabili per recuperare i materiali e l’energia che ci mancano. Senza queste difese non è possibile dare sicurezza al paese. E con questo governo non è possibile avere queste difese.
Anche se il sassolino Vannacci è piccolo, alle volte piccoli smottamenti possono causare grandi frane. Ma bisogna imparare a raccontare i sogni per trasformarli in realtà.
