5 Febbraio 2026
/ 5.02.2026

I commercianti internazionali di soia fanno marcia indietro sul patto di protezione dell’Amazzonia

Il ritiro dei grandi trader dalla Moratoria sulla soia smantella un vincolo chiave sull’uso dei terreni amazzonici, preoccupa ONG e costringe i retailer europei a chiedere nuove garanzie sulle forniture.

Il fragile equilibrio tra agricoltura e tutela della foresta amazzonica si incrina di nuovo in Brasile. L’associazione di categoria Abiove, che riunisce alcuni dei maggiori trader mondiali di soia, tra cui Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill e Louis Dreyfus, il 5 gennaio ha annunciato il ritiro dalla Moratoria della Soia in Amazzonia, l’accordo volontario nato nel 2006 per impedire l’acquisto di soia coltivata su aree deforestate dopo il 2008.

Una scelta che segna un passo indietro in un sistema di controlli ritenuto, per molti anni, tra gli strumenti più efficaci contro la deforestazione. Nel frattempo, 13 grandi retailer europei aderenti al Retail Soy Group hanno scritto agli amministratori delegati dei principali trader per chiedere se intendano aderire individualmente alla Moratoria, con quali controlli garantiranno forniture “deforestation free“: le risposte, richieste entro il 16 febbraio, guideranno le loro future decisioni di acquisto.

La moratoria fu introdotta nel pieno di una crisi: all’inizio degli anni Duemila, la distruzione della foresta correva a ritmi vertiginosi, con 28 mila chilometri quadrati abbattuti nel solo 2004, una superficie pari a circa una volta e mezza il Galles. Sospinta dalla domanda globale di mangimi per animali, la filiera della soia era finita al centro delle pressioni internazionali. L’accordo, raggiunto da Ong come Greenpeace, governo brasiliano e associazioni del settore, stabilì un divieto chiaro: niente acquisti di soia proveniente da aree dell’Amazzonia deforestate dopo il 2008.

Nel decennio successivo, la deforestazione crollò dell’84% tra il 2004 e il 2012 e la moratoria è stata spesso citata come fattore decisivo, con stime che parlano di una superficie salvata grande quanto l’Irlanda. Secondo i rapporti di monitoraggio della moratoria, nel luglio 2025 meno del 4% della soia risultava piantata su aree recentemente deforestate, mentre la produzione nazionale è triplicata rispetto ai livelli di metà anni 2000, a dimostrazione che la crescita può avvenire senza espansione nella foresta.

La decisione di Abiove arriva dopo mesi di tensioni crescenti. Gruppi di produttori, tra questi Aprosoja Mato Grosso, hanno a lungo sostenuto che la moratoria imponga regole più restrittive della legislazione nazionale e che penalizzi i coltivatori che rispettano la legge, ma si vedono esclusi dai canali commerciali dei grandi trader. Alle pressioni del settore si sono aggiunte iniziative istituzionali, incluse verifiche dell’autorità antitrust federale sulla moratoria.

Sul piano politico, il governo dello Stato di Mato Grosso – il principale produttore di soia del Paese – ha approvato una norma che rimuove i benefici fiscali per le aziende che aderiscono alla moratoria. A novembre, una decisione della Corte Suprema ha dato parziale ragione allo Stato e, dal 1° gennaio, i trader che sostengono il patto hanno perso gli incentivi fiscali; il procuratore generale ha chiesto una proroga di quattro mesi per l’entrata in vigore della legge, ma il segnale all’industria è già arrivato.

Abiove, nel comunicare l’uscita, ha definito l’accordo “un’iniziativa che ha esaurito il suo ruolo storico”. È un giudizio che divide, ovviamente. Le organizzazioni ambientaliste ne sottolineano l’impatto dimostrato, e avvertono che un arretramento potrebbe vanificare quasi due decenni di progressi. WWF Brasile ha affermato in una nota che “la Moratoria della Soia non è stata abolita per imposizione legale: esiste ancora, ma è stata consapevolmente indebolita dalla decisione volontaria delle aziende di ritirarsi. Così facendo, queste aziende hanno segnalato la volontà di dare priorità all’accesso a incentivi fiscali finanziati con risorse pubbliche, a scapito della lotta alla deforestazione e della responsabilità per la crisi climatica“. Greenpeace avverte che lo smantellamento del patto rischia di innescare un aumento della deforestazione nei prossimi decenni, con stime che ipotizzano un +30% entro il 2045 in assenza di un vincolo condiviso.

Al centro del confronto c’è la definizione di responsabilità lungo la catena globale della soia. La moratoria ha creato un meccanismo di esclusione commerciale per chi opera su terreni recentemente deforestati, spingendo trader e trasformatori a controllare l’origine delle forniture. Per gli ambientalisti, la combinazione di monitoraggio satellitare, black list e pressioni del mercato ha cambiato gli incentivi economici, rendendo meno conveniente espandersi su aree di foresta.

Per una parte del settore agricolo, invece, quel sistema ha trasferito su attori privati l’onere di fissare regole, talvolta più rigide di quelle statali, con impatti percepiti come arbitrari sulla competitività. Abiove sostiene che i singoli membri continueranno a monitorare le proprie catene di fornitura, ma per le Ong gli impegni volontari individuali difficilmente eguagliano la trasparenza e la severità di una moratoria collettiva.

Gli effetti concreti si misureranno nei prossimi mesi. La combinazione di domanda internazionale sostenuta per la soia e segnali normativi favorevoli all’espansione rischia di spingere la frontiera agricola più in profondità nella foresta, specie nelle aree dove l’applicazione delle norme è disomogenea. La moratoria, nel suo impianto, ha funzionato proprio perché ha creato un perimetro chiaro e facilmente verificabile: un taglio netto fra ciò che può entrare nelle grandi catene di approvvigionamento e ciò che ne resta fuori. Senza quella barriera, il controllo torna a poggiare esclusivamente su regole pubbliche e sulla loro capacità di essere applicate in modo uniforme. Se i trader non ripristineranno impegni equivalenti, il rischio è che la quota di soia “legale ma non sostenibile” torni a crescere nella regione amazzonica.

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