Il 31 marzo 2026 è una data che molte imprese italiane farebbero bene a cerchiare in rosso: entro quel giorno più di 3 mila imprese importatrici devono presentare la domanda di autorizzazione come dichiarante CBAM. Senza quel passaggio, dal giorno dopo non sarà più possibile importare legalmente una serie di merci ad alta intensità emissiva dai Paesi extra-UE. È il primo banco di prova concreto del Carbon Border Adjustment Mechanism, la tassa europea sul carbonio incorporato.
L’obiettivo del CBAM è evitare che le produzioni più inquinanti aggirino le regole ambientali europee spostandosi semplicemente oltre confine. In pratica, chi importa beni da Paesi dove le regole sul carbonio non rispettano i parametri europei deve acquistare certificati CBAM proporzionali alla CO₂ emessa per ottenere i prodotti. Una misura strutturale del Green Deal europeo, destinata a incidere a fondo sulle filiere industriali e sulle strategie di approvvigionamento.
Italia in prima linea
A oggi ferro e acciaio contano per il 98% dei volumi coinvolti nella prima fase applicativa, rendendo la siderurgia il cuore del nuovo meccanismo. Ed è qui che l’Italia scopre di essere particolarmente esposta. L’analisi di iSustainability, che incrocia dati Eurostat e prime comunicazioni della Commissione europea, mostra come il nostro Paese sia il primo in Europa per importazioni extra-UE di prodotti piani in acciaio: nel 2024 sono state 6,23 milioni di tonnellate, pari al 28,7% del totale europeo. Una dipendenza che rende l’impatto del CBAM tutt’altro che teorico.
Secondo le stime della società di consulenza, basate sui flussi di import e sulle prime richieste di autorizzazione presentate in Europa, il meccanismo riguarda già almeno 3.000 imprese italiane, un numero destinato a crescere man mano che emergeranno nuove posizioni nelle prossime settimane. Non stupisce, quindi, che dal mondo industriale arrivino segnali di forte preoccupazione. Assofond, l’associazione delle fonderie, ha parlato apertamente di rischio di blocco produttivo, denunciando una combinazione esplosiva tra CBAM, costi energetici elevati e incertezze operative.
Eppure, il punto chiave è che il CBAM non è una tassa secca e immediata. Il meccanismo è progressivo: nel 2026 si paga solo il 2,5% del prezzo pieno, ma la quota salirà gradualmente fino al 100% nel 2034. Dunque l’impatto cresce nel tempo e chi non si organizza ora rischia di pagare molto di più domani.
I numeri del CBAM
I numeri aiutano a capire. Le simulazioni di iSustainability indicano che un’azienda che importa 1.000 tonnellate di acciaio all’anno può arrivare, a regime, a circa 208.000 euro annui di costi CBAM utilizzando i valori standard previsti dalla normativa europea. Se però raccoglie e utilizza dati reali sulle emissioni dei fornitori, il costo scende a circa 160.000 euro: 48.000 euro risparmiati ogni anno, a parità di volumi. Su importazioni più consistenti, il differenziale cresce rapidamente, trasformandosi in centinaia di migliaia di euro evitabili.
C’è poi il capitolo sanzioni, tutt’altro che marginale. Il regolamento prevede multe da 10 a 500 euro per tonnellata di CO₂ in caso di violazioni, dalla dichiarazione incompleta fino all’importazione senza autorizzazione. Sommando extracosti e penalità, l’esposizione complessiva per i grandi gruppi industriali può arrivare nell’ordine del milione di euro. Non esattamente una voce trascurabile di bilancio.
La road map operativa
Come sottolinea Riccardo Giovannini, amministratore delegato di iSustainability: “Non basta solo essere in regola. L’unico modo per evitare che il CBAM diventi un fattore di perdita di competitività è governare il meccanismo in modo proattivo, trasformando l’obbligo normativo in una leva di gestione. La vera discriminante non sarà tra chi paga e chi non paga, ma tra chi è in grado di documentare, pianificare e ottimizzare, e chi invece subirà il sistema”.
Da qui la road map operativa indicata dalla società: identificare correttamente le merci soggette a CBAM, verificare i volumi importati, registrarsi entro la scadenza del 31 marzo, avviare un dialogo strutturato con i fornitori extra-UE per raccogliere i dati emissivi, pianificare l’acquisto dei certificati e predisporre un sistema di reporting annuale. Un percorso che, se imboccato nel 2026, può fare la differenza quando il CBAM entrerà a pieno regime.
