9 Febbraio 2026
/ 9.02.2026

Washington Post: decapitata la redazione ambientale

“La democrazia muore nell’oscurità” è il motto del Washington Post. Nel senso che l’informazione è essenziale per mantenere viva e vitale una democrazia, fungendo da controllore dei potenti. Ma la luce sul potere, almeno per il Washington Post, è destinata ad affievolirsi, a maggior ragione per l’informazione ambientale fatta storicamente con grande qualità e risorse dal prestigioso quotidiano americano.

Il Post ha infatti inviato lettere di licenziamento ad almeno 14 giornalisti che si occupano di clima, nell’ambito di una massiccia operazione di riduzione dei costi che porterà alla perdita del posto di lavoro di oltre 300 giornalisti e altri amministrativi, circa il 30% di tutti i dipendenti dell’azienda di proprietà di Jeff Bezos.

I licenziamenti del team che si occupa di clima riguardano otto scrittori/giornalisti, un redattore e quattro giornalisti che si occupano di video, dati e grafica. Dopo i licenziamenti, il Post avrà ancora cinque giornalisti che si occupano di clima e ambiente. Una soluzione ottimale per la stragrande maggioranza dei quotidiani europei e anche americani, ma pur sempre due terzi in meno di prima.

Il New York Times scrive che Matt Murray, direttore esecutivo del Post, ha detto durante una telefonata con i dipendenti della redazione che l’azienda aveva “perso troppi soldi per troppo tempo e non era riuscita a soddisfare le esigenze dei lettori”. Murray ha anche affermato che “tutte le sezioni sarebbero state interessate in qualche modo e che il risultato sarebbe stato un giornale ancora più incentrato sulle notizie nazionali e sulla politica, nonché sull’economia e sulla salute, e molto meno su altri settori”. I tagli saranno concentrati sulla redazione sportiva, che sarà eliminata, sulle redazioni all’estero (specialmente nel Medio Oriente), sul raffinato supplemento domenicale Book world che sarà cancellato, sula redazione Metro Washington e sulla redazione clima, ridotta dei due terzi.

Il trend occupazionale degli ultimi anni era del resto negativo, come accade in molti quotidiani americani ed europei. Circa 240 dipendenti avevano accettato di uscire dal giornale alla fine del 2023, quando si erano proposti incentivi all’uscita rivolti al personale con oltre un decennio di esperienza. Ulteriori buyout sono stati effettuati l’anno precedente (2022), nell’ambito della riduzione del personale seguita ad anni di crescita. Nel gennaio 2025, circa il 4% del personale addetto alla pubblicità, al marketing e alle operazioni di stampa è stato licenziato. Nel corso dei tre anni che hanno preceduto il 2026, la forza lavoro totale si è ridotta di circa 400 persone grazie a queste misure. E ora si tagliano altri 300 giornalisti e alcune decine di amministrativi.

“Il Post – ha scritto Ashley Parker, ex giornalista del Post, in un saggio pubblicato su The Atlantic – è sopravvissuto per quasi 150 anni, evolvendosi da giornale locale per famiglie a istituzione nazionale indispensabile e pilastro del sistema democratico. Ma se la dirigenza del giornale continuerà sulla strada attuale, potrebbe non sopravvivere ancora a lungo”.

“Bezos – ha scritto l’ex fact-checker del Post Glenn Kessler sul suo Substack  – sembra aver adottato un calcolo grossolano: licenziare il personale e ridimensionare un’organizzazione giornalistica un tempo grande invia un messaggio a un pubblico di una sola persona al 1600 di Pennsylvania Avenue (l’indirizzo della Casa Bianca. NDR). Ma dopotutto, non è una sorpresa: dopo le elezioni Bezos ha lavorato duramente per ingraziarsi Trump”.

Dopo le elezioni – anzi, prima, con la scelta di non fare l’endorsement a favore di Kamala Harris, il candidato democratico alle presidenziali – il Washington Post si è molto avvicinato a Trump e Amazon, la società guidata da Jeff Bezos, ha contribuito a finanziare l’insediamento di Trump, così come la demolizione dell’ala est della Casa Bianca. Amazon MGM Studios ha poi speso 75 milioni di dollari per acquistare e commercializzare “Melania”, un film di propaganda sulla moglie di Trump.

Il cambio di linea politica ha provocato una emorragia di abbonati – 250 mila subito dopo la decisione di non fare l’endorsement per il candidato alle presidenziali – alla versione digitale del quotidiano. E questo ha contribuito ad affossare i conti del Post, già in rosso. Nel 2024 le perdite sono state di 100 milioni di dollari circa: un aumento del 30% rispetto alle perdite del 2023, che furono pari a circa 77 milioni di dollari. I ricavi pubblicitari sono scesi nel 2024 da 190 milioni di dollari a 174 milioni di dollari nel corso dell’anno. La risposta, una risposta che impoverirà il prodotto e la sua autorevolezza, sono stati i tagli. Che incidendo sulla qualità del giornale,e potenzialmente sula sua circolazione, rischiano di non essere gli ultimi.

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