11 Febbraio 2026
/ 10.02.2026

Dalla discarica alla passerella la nuova vita delle maglie da calcio

Stilisti, club e tifosi riscrivono il destino delle divise sportive, trasformando un simbolo del consumo rapido in un laboratorio di economia circolare

Nel calcio contemporaneo la durata di una maglia si misura in settimane. Un trasferimento, un nuovo sponsor, una strategia commerciale aggressiva e la divisa appena lanciata diventa già obsoleta. La Uefa stima che fino al 60% dei kit utilizzati dai giocatori venga distrutto al termine della stagione: in circolazione ci sarebbero oltre un miliardo di maglie, molte delle quali finiscono rapidamente in discarica. Un flusso continuo che alimenta un modello di consumo sempre più vicino al fast fashion.

La creatività contro lo spreco

A contrastare questa deriva si muove una rete internazionale di atelier e marchi indipendenti che lavora sul recupero. Hattie Crowther, fondatrice del progetto Soft Armour, realizza copricapi e accessori scultorei partendo da vecchie divise di Arsenal, Liverpool e Paris Saint-Germain. “Non sono qui per aggiungere prodotti, ma per riformulare ciò che è già in circolazione e dargli contesto e longevità”, ha spiegato al Guardian. Un approccio condiviso da stiliste come Renata Brenha e Christelle Kocher e da marchi indipendenti che trasformano le maglie in abiti, piumini e giacche.

A Londra, il negozio Vintage Threads propone un servizio di rielaborazione che consente ai tifosi di convertire le proprie vecchie maglie in capi personalizzati. La richiesta arriva soprattutto da donne, interessate a modelli più aderenti e versatili. “Cercano qualcosa che si avvicini di più al loro stile”, racconta Caitlin Finan, responsabile del progetto. Il prezzo è superiore rispetto a una maglia standard, ma garantisce una filiera più equa e una produzione su scala ridotta.

Il ritorno del valore

Parallelamente cresce l’interesse per il vintage. Le ricerche online di maglie retrò sono in forte aumento, alimentate anche dalla visibilità data da celebrità e influencer. “Ogni maglia ha una storia”, ha osservato al quotidiano inglese Gary Bierton, cofondatore del rivenditore Classic Football Shirts. Un valore simbolico che talvolta supera quello sportivo: colori e grafiche diventano elementi di moda a sé stanti, indipendenti dalla squadra di riferimento.

Secondo la campagna no-profit Green Football, prolungare la vita di una maglia di nove mesi può ridurre fino al 30% l’impatto su emissioni, consumo idrico e produzione di rifiuti. Workshop nelle scuole, raccolte e scambi tra tifosi provano a intercettare questa sensibilità, portando il tema della sostenibilità dentro gli stadi.

Oltre il riciclo

Resta però aperta la questione strutturale. Le maglie moderne sono realizzate quasi esclusivamente in poliestere vergine, una plastica derivata dal petrolio: economica e performante, ma ad alta intensità energetica e responsabile del rilascio di microplastiche. Intanto, la produzione continua ad aumentare: club come il Bayern Monaco sono passati da tre kit in quattro anni a circa venti nello stesso periodo.

Per Joanna Czutkowna, consulente in sostenibilità sportiva, la svolta passa dall’adozione di modelli di economia circolare: progettazione pensata per il riuso, mercati dell’usato integrati, filiere di recupero interne ai club. “Perché vendere una maglia una sola volta quando può circolare cinque o sei volte?”, ha sottolineato. Una prospettiva che potrebbe generare valore economico oltre che ambientale.

Alcune società iniziano a muoversi in questa direzione. Il Brighton ha collaborato con il marchio FC88 per trasformare maglie giovanili difettose in accessori, riducendo gli scarti e coinvolgendo i tifosi. Ma la sostenibilità, ha avvertito la fondatrice Nicole Bekkers, deve anche essere desiderabile: “Se il prodotto non è bello, non funziona”.

Nel calcio globale, dove i volumi sono enormi e la pressione commerciale costante, l’upcycling resta una pratica di nicchia. Eppure mostra che un’altra traiettoria è possibile: rallentare, riusare, ripensare. Dare alle maglie il tempo di raccontare più di una stagione.

CONDIVIDI

Continua a leggere