Il punto non è che Rachel Carson non avesse ragione. Il punto è che nessuno era pronto ad ascoltarla. La biologa e zoologa americana, nata nei primi anni del Novecento negli Stati Uniti, a Springdale, nel 1962 pubblicò un libro che iniziava come un racconto e finiva come un atto di accusa. Silent Spring, questo il titolo, parlava di pesticidi, di uccelli che sparivano, di campi esteticamente perfetti ma silenziosi. Parlava di una cosa che oggi conosciamo benissimo, l’inquinamento invisibile.
Non è un caso che questa storia torni oggi, l’11 febbraio, Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza. Perché più che una ricorrenza, è un promemoria del prezzo che la scienza può far pagare quando a praticarla senza fare sconti a nessuno è una donna.
Portando alla luce il problema dell’inquinamento prodotto dalla chimica di sintesi, Carson sfidò infatti il suo tempo, rompendo il “patto tecnocratico” di allora: fino a quel momento, la narrazione dominante postulava una coincidenza senza ombre tra progresso scientifico, espansione industriale e benessere umano. In altri termini, con la sua “primavera silenziosa” osò suggerire che l’intervento umano sulla natura, quando guidato dall’arroganza e dal profitto a breve termine, non produceva liberazione, ma una catena di conseguenze impreviste e letali. Dunque, mise sotto accusa l’intera filosofia del “controllo della natura”.
Si badi bene: la sua accusa era costruita con rigore metodologico inattaccabile. Eppure, la reazione che ne scaturì fu una vera e propria campagna di delegittimazione. Perché non si trattò di un dibattito scientifico volto alla ricerca della verità, ma di una controffensiva politica e mediatica orchestrata per difendere gli interessi economici minacciati.
Anatomia del discredito
Il perché di questa macchinazione è presto detto: nel secondo dopoguerra, il dicloro-difenil-tricloroetano (DDT), il cui uso indiscriminato veniva condannato da Carson, era irrorato su intere contee, nelle periferie urbane e persino nelle spiagge affollate. Insomma, era celebrato come un miracolo della modernità che avrebbe affrancato l’umanità da fame e malattia.
Metterne in discussione la sicurezza, agli occhi dell’establishment, significava mettere in dubbio la scienza stessa e, per estensione, il progresso americano. Ma in qualità di ex biologa del U.S. Bureau of Fisheries, Carson possedeva tutte le credenziali e le competenze per leggere i dati che l’industria del settore preferiva ignorare: dai rapporti sulla mortalità aviaria ai rischi cancerogeni.
Da qui, la risposta delle lobby, che si tradusse in una vera e propria campagna di discredito. La strategia, infatti, non puntava a confutare i dati puntuali sulla tossicità; piuttosto, spostava il dibattito sulle conseguenze macroscopiche e apocalittiche di una eventuale regolamentazione.
Il volto pubblico di questa strategia fu Robert White-Stevens, biochimico e portavoce dell’American Cyanamid, che utilizzò un’argomentazione economica contro il lavoro scientifico di Rachel Carson: o si accettava l’uso indiscriminato dei pesticidi chimici, o si affrontava il collasso della civiltà. La biologa descriveva una primavera silenziosa, senza i canti degli uccelli a causa dell’avvelenamento, la controparte un mondo devastato dalle carestie a causa dell’assenza della chimica.
Oltre all’argomento economico, che serviva a spaventare il pubblico, ci fu l’attacco personale, per delegittimare la fonte. Carson era una donna, e in quanto tale incapace di quella fredda razionalità necessaria per comprendere i benefici della chimica moderna. Perché la scienza era “maschio”. La scienza era “controllo”. E l’ecologia, con la sua enfasi sull’interconnessione e sulla vulnerabilità era “femmina”, “debole”.
Un discredito, questo, che continuò anche dopo la sua morte, avvenuta nel 1964. Nel 2007, quando il DDT era stato messo al bando già dal 1972, alcuni think thank conservatori lanciarono una campagna di revisionismo feroce, accusando la scienziata della morte di milioni di persone in Africa per malaria.Questo era il sillogismo: Carson ha causato il bando globale del DDT; senza DDT le zanzare hanno proliferato; ergo, Carson ha ucciso più persone di Hitler e Stalin. Una falsificazione palese, perché il bando della sostanza prevedeva eccezioni per la salute pubblica.
La crisi climatica come campo di battaglia
Se questa retorica non vi suona nuova, il motivo è semplice: nel dibattito contemporaneo, questa struttura di falsificazione è stata integralmente trasferita sulla crisi climatica. Perché la scienza del clima non viene trattata dai suoi oppositori come un corpus di conoscenze fisiche, ma come un’ideologia politica da sconfiggere.
Lo stesso trattamento mediatico e politico lo ritroviamo, ad esempio, utilizzato contro Greta Thunberg, accusata da vari esponenti del mondo mediatico come irrazionale, isterica e burattino delle forze sovversive.
Per esempio, il commentatore di Fox News, Michael Knowles l’ha definita una bambina malata mentalmente, sfruttata dalla sinistra internazionale; o ancora, l’opinionista australiano Andrew Bolt l’ha definita “profondamente disturbata” e “isterica”, utilizzando la diagnosi di Asperger per delegittimare il suo messaggio politico.
L’analisi comparata tra la vicenda di Rachel Carson e l’attuale crisi climatica rivela una continuità inquietante. Le tattiche sono immutate: nel 1962 Carson era un’isterica che voleva far morire di fame il mondo. Oggi gli scienziati climatici e gli attivisti sono allarmisti ideologizzati che vogliono distruggere l’economia e causare povertà energetica.
Insomma, questa storia ci insegna una lezione importante: che la scienza, quando tocca interessi economici vitali, si intreccia inevitabilmente con le scelte politiche. El’approccio scientifico fatica a sopravvivere in un mondo dominato da grandi concentrazioni di potere economico. Soprattutto se a metterle in discussione sono le donne. Ecco perché è importante celebrare l’11 febbraio.
