Si potrebbe dire che per l’Europa il vento comincia a cambiare. Ma è una frase un po’ stucchevole e non coglie l’essenziale. Quella giusta è: in Europa la percezione del vento comincia a cambiare. E quella del sole. Non più solo elementi della meteorologia ma protagonisti della scena economica. C’è voluto un po’ più di mezzo secolo, perché la prima volta che è stata messa in discussione la sovranità del petrolio era il 1973, con la crisi energetica innescata dal blocco delle esportazioni di petrolio deciso dai Paesi arabi dopo il conflitto con Israele. Ma infine ci stiamo arrivando.
In mezzo c’è stata una lunga stagione di tentennamenti e la dipendenza dal gas russo. Poi la strana coppia Putin – Trump ha fatto il miracolo. Prima l’assalto (bellico) di Putin all’Ucraina, poi quello (commerciale) di Trump all’Europa hanno rafforzato la convinzione che passare dal ricatto del gasdotto russo a quello dello shale gas a stelle e strisce non è un grande affare.
Servono altre sponde
Se parlare di rottura tra le due sponde dell’Atlantico è per ora eccessivo, il fatto che la fiducia si sia profondamente incrinata è indiscutibile. Con la fiducia sparisce l’affidabilità economica. E la mancanza di affidabilità economica rende necessario cercare altre sponde per le relazioni commerciali e produttive.
Un test sulla maturità del cambiamento in corso verrà nei prossimi giorni dalla conferenza di Monaco (13-15 febbraio) che è centrata soprattutto sulla politica estera (Ucraina, Medio oriente), ma che potrebbe diventare anche un termometro per gli umori energetici dell’Europa.
Nei mesi scorsi, nel pieno della crisi energetica e delle tensioni geopolitiche, si erano moltiplicate le pressioni politiche per rafforzare in modo significativo gli acquisti europei di energia dagli Stati Uniti, in particolare di gas naturale liquefatto. Ma il pressing scomposto della Casa Bianca – comprese le minacce di uso della forza sul territorio europeo della Groenlandia – ha fatto riflettere. E le quotazioni dell’energia sviluppata in casa con il sole, con il vento e con l’acqua sono salite.
Così il 26 gennaio scorso, durante il North Sea Summit di Amburgo, il Regno Unito e vari Paesi europei (Germania, Francia, Danimarca, Norvegia, Belgio, Paesi Bassi, Irlanda, Lussemburgo e Islanda) hanno firmato la Hamburg Declaration, un accordo per rafforzare la cooperazione energetica e accelerare lo sviluppo delle rinnovabili nel Mare del Nord. L’obiettivo è costruire un sistema energetico più sicuro, integrato e meno dipendente dai combustibili fossili.
Il Mare del Nord miniera energetica
Il focus dell’accordo riguarda lo sviluppo coordinato dell’eolico offshore, con l’impegno a realizzare decine di gigawatt di nuovi progetti congiunti attraverso collaborazioni industriali tra aziende europee e britanniche. L’iniziativa punta a sfruttare il grande potenziale energetico del Mare del Nord, considerato uno dei bacini più favorevoli al mondo per la produzione di energia eolica marina.
Un aspetto centrale dell’intesa è la costruzione di infrastrutture elettriche transfrontaliere, come nuove interconnessioni e reti offshore ibride, capaci di collegare più Paesi a uno stesso parco eolico. Questo tipo di sistemi permetterà di distribuire l’energia rinnovabile dove la domanda è più elevata, ridurre gli sprechi e migliorare la stabilità delle reti elettriche europee, contribuendo allo stesso tempo a contenere i costi complessivi del sistema energetico.
La cooperazione tra i Paesi del Mare del Nord si inserisce in una strategia più ampia che mira a trasformare l’area in uno dei principali hub mondiali dell’energia pulita, con l’obiettivo già fissato negli anni scorsi di raggiungere 300 gigawatt di capacità eolica offshore entro il 2050. Oltre a rafforzare la sicurezza energetica, l’accordo punta anche a stimolare nuovi investimenti industriali, creare occupazione e consolidare una filiera europea competitiva nelle tecnologie legate all’energia del mare, sempre più centrali nella transizione energetica del continente.
A cosa può portare questo scenario? Un’analisi pubblicata il 10 febbraio dal think tank Strategic Perspectives evidenzia che, accelerando l’elettrificazione dei consumi e lo sviluppo delle energie rinnovabili, l’UE potrebbe arrivare a fare affidamento prevalentemente su partner regionali considerati più affidabili, come Norvegia e Regno Unito, per le poche importazioni di gas che resteranno necessarie entro il 2040.
L’espansione delle rinnovabili è l’elemento chiave
Secondo lo studio, la riduzione strutturale della domanda di gas rappresenta l’elemento chiave di questa trasformazione. L’espansione delle rinnovabili elettriche, la diffusione delle pompe di calore negli edifici, l’elettrificazione dei trasporti e l’adozione di tecnologie elettriche nei processi industriali potrebbero infatti comprimere progressivamente i consumi, trasformando il gas da componente centrale del sistema energetico europeo a fonte residuale destinata a coprire solo esigenze limitate e di flessibilità.
In questo scenario, la sicurezza energetica non verrebbe più garantita da una forte dipendenza dal mercato globale del GNL e da fornitori geopoliticamente instabili, ma da un sistema più regionale e prevedibile, basato su interconnessioni infrastrutturali, cooperazione tra Paesi europei e accordi di lungo periodo con fornitori vicini e politicamente affidabili.
Il rapporto sottolinea inoltre che continuare a investire massicciamente in nuove infrastrutture per il gas comporta il rischio di creare asset che potrebbero diventare rapidamente obsoleti, con costi elevati per cittadini e imprese. Al contrario, orientare gli investimenti verso reti elettriche, sistemi di accumulo, tecnologie per l’elettrificazione e integrazione delle rinnovabili consentirebbe di ridurre i costi complessivi della transizione, rafforzando al tempo stesso l’autonomia energetica europea.
L’uscita credibile dal gas
Nel complesso, l’analisi propone una strategia di “uscita credibile dal gas” fondata su una combinazione di elettrificazione, cooperazione regionale e partnership energetiche mirate, in grado di conciliare sicurezza delle forniture e obiettivi climatici nel medio e lungo periodo.
La situazione è in evoluzione e il peso delle lobby fossili ancora molto forte. Tuttavia il recente appello al governo francese lanciato da 13 grandi federazioni del settore energetico francese, sostenute da 100 leader d’impresa, che chiede di porre fine alla dipendenza dai combustibili fossili per proteggere la sovranità nazionale è un’ulteriore testimonianza della portata del cambiamento in corso. Le rinnovabili possono diventare uno strumento centrale delle politiche economiche di un’Europa che punta a giocare a tutto campo, facendo affidamento soprattutto sulle risorse interne.
