La macchina europea si sta rimettendo in moto. Il Circular economy act (Cea) comincia a prendere forma concreta. A fare da bussola, in questa fase preparatoria, è il briefing dell’European Parliamentary Research Service (EPRS), distribuito agli europarlamentari per inquadrare i nodi politici e tecnici del provvedimento.In gioco non c’è solo l’ambiente, ma la resilienza industriale e la competitività economica dell’Unione.
Il Cea nasce dentro il Clean Industrial Deal e il Competitiveness Compass. Dopo anni in cui l’economia circolare è stata trattata soprattutto come tema ambientale, Bruxelles la ricolloca al centro della strategia economica. Ridurre il consumo di materie prime vergini, aumentare il recupero di materiali, rafforzare il mercato delle risorse secondarie sono infatti obiettivi ecologici, ma anche industriali, in un continente che importa quasi integralmente alcune materie prime critiche.
Il briefing EPRS lo mette nero su bianco: l’Europa dipende quasi al 100% per elementi strategici come le terre rare pesanti, mentre i tassi di riciclo per materiali chiave – litio e rare earths – restano sotto l’1%. Un paradosso per un’economia che punta alla transizione energetica e digitale.
Il vero ostacolo: 27 mercati, non uno
Tra i punti più sensibili emerge la frammentazione normativa. Oggi ciò che è considerato “end of waste” in uno Stato membro può non esserlo in un altro. Risultato: incertezza giuridica, scambi transfrontalieri complicati, investimenti frenati.
Il Cea promette di affrontare proprio questo nodo, lavorando su criteri armonizzati e su un mercato unico delle materie prime seconde. Un passaggio che potrebbe cambiare radicalmente il funzionamento delle filiere del riciclo. L’idea è semplice, l’attuazione molto meno: significa toccare equilibri delicati tra competenze nazionali, controlli ambientali e standard industriali.
Il solo aumento dei tassi di riciclo non è sufficiente. L’Europa continua a consumare e scartare troppo. Il consumo medio di materiali resta intorno alle 14 tonnellate pro capite l’anno, un livello giudicato insostenibile rispetto ai limiti planetari.
C’è poi il tema più pragmatico: il divario di prezzo tra materiali vergini e riciclati. In molte filiere le materie prime seconde costano di più o sono percepite come di qualità inferiore. Questo “price/quality gap” indebolisce la domanda e rende fragili i business case del riciclo.
Il Cea dovrà decidere come intervenire: incentivi, contenuti minimi obbligatori di materiale riciclato, appalti pubblici verdi più stringenti, strumenti fiscali. Il problema è riconosciuto, le soluzioni restano aperte.
Responsabilità estesa del produttore sotto esame
Altro capitolo caldo: la governance dei sistemi di responsabilità estesa del produttore (EPR). Nati per trasferire sui produttori i costi della gestione dei rifiuti, in alcuni settori mostrano limiti strutturali. Il rischio è un cortocircuito: schemi formalmente circolari ma poco efficaci nel promuovere riuso, qualità del riciclo e prevenzione.
Infine, un tema destinato a crescere: i possibili rischi sanitari legati ad alcuni processi di riciclo. In particolare, il documento richiama l’attenzione sulle microplastiche generate dal riciclo meccanico delle plastiche. Non un attacco al riciclo, ma un invito a integrare circolarità e sicurezza.
Ambizione dichiarata, strumenti attesi
L’obiettivo faro resta raddoppiare il tasso di utilizzo circolare dei materiali: dal 12,2% al 24% entro il 2030. Un salto notevole, che richiederà più di enunciazioni di principio. Il vero test arriverà con le scelte operative: armonizzazione normativa effettiva, strumenti economici credibili, incentivi alla qualità del riciclo, misure di prevenzione.
Una linea di intervento è suggerita dal mondo delle imprese e delle associazioni industriali raccolte nel Circular Economy Network (CEN), la rete italiana promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile. Nel suo position paper sul Circular Economy Act, il CEN sollecita Bruxelles a confermare e accelerare l’attuazione delle misure già adottate nel quadro del Green Deal e del Circular Economy Action Plan e, soprattutto, a creare in tempi rapidi un vero mercato unico europeo delle materie prime seconde, oggi ostacolato da normative frammentate tra Stati membri. Per il Network, l’armonizzazione normativa, incentivi strutturati e politiche industriali e fiscali mirate sono condizioni essenziali per rafforzare la competitività dell’industria, ridurre la dipendenza dalle importazioni di risorse critiche e avvicinarsi agli obiettivi di circolarità fissati dall’Unione. Perché il Circular economy act non sarà solo una legge ambientale. Sarà un pezzo della nuova politica industriale europea.
