Il fenomeno è globale: negli ultimi mesi il caffè costa sempre di più, le quotazioni sono tornate a impennarsi, complice l’assottigliamento delle scorte di chicchi brasiliani, il primo produttore mondiale. Ma, sotto le tensioni commerciali, agisce un fattore più profondo e strutturale: il cambiamento climatico.
Nelle principali regioni caffeicole del Brasile la siccità è diventata ricorrente e severa. In parte di Minas Gerais, cuore della produzione di arabica, nell’ultimo mese è caduto circa il 70% delle piogge medie stagionali; nelle scorse settimane, le precipitazioni sono scese sotto la metà della media storica. Risultato: tensioni sulla disponibilità di chicchi e prezzi in corsa. Dall’agosto scorso i futures sull’arabica – la varietà più pregiata e diffusa in Brasile – hanno guadagnato quasi il 40% avvicinandosi ai massimi storici. Anche la robusta, destinata soprattutto al caffè solubile, è aumentata di circa il 37%.
Il Brasile produce quasi il 40% del caffè mondiale e, secondo gli analisti, sperimenta periodi di siccità ogni anno dal 2020: una sequenza che ha lasciato la domanda globale sistematicamente sopra l’offerta. Nel 2025 la produzione del Brasile è diminuita, con stima di 51,8 milioni di sacchi (−4,4% rispetto al 2024), con raccolta da aprile e rischilogistico-climatici. Le scorte post-raccolto 2024 risulterebbero già assottigliate.
Il 2026 dà qualche sollievo nell’immediato
Sul fronte congiunturale qualche spiraglioc’è. La compagnia nazionale di approvvigionamento (Conab), l’agenzia governativa brasiliana che gestisce le politiche agricole, stima che le piogge più recenti possano attenuare lo stress subito dalle piante durante i mesi secchi. Il 2026, per fortuna, può vedere un atteso allentamento dei prezzi grazie a raccolti più abbondanti in Brasile (si stimano 70–80 milioni di sacchi nel 2026/27) e Vietnam.
Nel medio-lungo termine, però, la traiettoria resta chiara: con l’aumento delle temperature, i prezzi tenderanno a salire. Gli studi indicano che entro il 2050 solo circa la metà delle aree attualmente vocate alla coltivazione del caffè resterà adatta. La coltura richiede piogge regolari e temperature contenute, condizioni che la crisi climatica sta erodendo. L’arabica, piùsensibile e redditizia, soffre di più; la robusta tollerameglio il caldo, ma non è immune agli stress idrici.
Si mappano nuove zone
I Paesi produttori si stanno muovendo per adattarsi. In Brasile i ricercatori mappano nuove zone con microclimi più miti, disponibilità di acqua o possibilità di irrigazione. Diverse nazioni, tra cui Brasile e Uganda, investono in tecniche di protezione dal calore e dalla siccità e sperimentano la clonazione di varietà più resilienti.
L’irrigazione è uno dei nodi centrali. Secondo gli analisti, oggi meno del 10% delle piantagioni nel mondo è irrigato; per tenere il passo con l’andamento climatico e la domanda, quella quota dovrà salire almeno a un terzo. Ma ogni passo verso una maggiore resilienza ha un costo: investimenti in nuove tecniche di coltivazione, fertilizzanti, sistemi di raccolta più efficienti e infrastrutture idriche sitradurranno in prezzi più alti lungo la filiera.
Questo non significa che il settore resterà immobile. La spinta tecnologica e l’adattamento agronomico possono attenuare gli shock, se accompagnati da politiche commerciali meno conflittuali e da una gestione delle scorte più prudente. Eppure, anche nello scenario di dazi azzerati e precipitazioni in ripresa, la variabile climatica resta il fattore che struttura il mercato: restringe le aree produttive, riduce la prevedibilità dei raccolti, rende più onerosa la produzione.
