Sono arrivati in Australia i primi migranti climatici di Tuvalu, un arcipelago di bassi atolli nel Pacifico dove l’innalzamento del mare è già un fatto che produce danni quotidiani. I primi arrivi si sono conclusi tra fine novembre e inizio dicembre 2025, configurando il primo esodo climatico collettivo riconosciuto a livello internazionale. L’obiettivo, spiegano i funzionari australiani, è offrire un approdo sicuro senza spezzare il legame con la terra d’origine: una “mobilità con dignità” che consenta di vivere, studiare e lavorare mentre gli impatti del clima si aggravano.
Il programma, concordato due anni fa tra Canberra e Funafuti, la capitale dell’arcipelago, ha suscitato una risposta massiccia: più di un terzo degli 11 mila abitanti ha fatto domanda per il visto climatico, che viene comunque assegnato sulla base di un sorteggio. La selezione è però limitata a 280 ingressi l’anno, un tetto pensato per evitare un’emorragia di competenze da un Paese minuscolo e vulnerabile, ed è stata stabilita nell’agosto del 2024 con l’intesa “Falepili Union“. La prima tranche racconta già una migrazione composita: c’è la prima donna di Tuvalu abilitata alla guida di muletti da carico, una dentista, un giovane pastore, figure chiamate non solo a cercare un nuovo equilibrio economico, ma a tenere insieme comunità, famiglie e identità a migliaia di chilometri da casa.
Il caso peggiore
Tuvalu è tra i luoghi più esposti all’innalzamento del livello del mare. Sull’atollo principale, Funafuti, in molti tratti la terraferma è poco più larga della strada. Sotto tetti di palma si consuma una quotidianità compressa, e lo spazio è tale che i bambini giocano a calcio sulla pista dell’aeroporto. Le proiezioni degli scienziati della NASA sono inequivocabili: entro il 2050 le maree quotidiane sommergeranno metà dell’atollo, che accoglie il 60% dei residenti. È lo scenario associato a un aumento del mare di un metro; nel caso peggiore, il doppio, il 90% di Funafuti finirebbe sott’acqua. Numeri che spingono a decidere ora quello che per altri è ancora un dibattito.
Del resto, non ci si possono attendere risultati radicalmente risolutivi dal piano di adattamento messo a punto dalle Nazioni Unite, il Tuvalu Coastal Adaptation Project (TCAP), sviluppato con il governo di Tuvalu e finanziato dal Green Climate Fund, che punta su piattaforme sopraelevate e difese costiere con l’obiettivo a regime di “sollevare” di 1-2 metri dal livello del mare 3,6 chilometri quadrati di Funafuti, cioè 360 ettari. Ma al momento i lotti pilota completati coprono appena 7,8 ettari. I rivestimenti anti-erosione e le mangrovie rigenerate creano una protezione ibrida, efficace contro maree e mareggiate, ma costosa da mantenere e incapace da sola di neutralizzare intrusione salina e rischi a lungo termine.
Le connessioni culturali
In Australia, racconta un servizio della Reuters, tra i primi ad arrivare c’è Manipua Puafolau, aspirante pastore della principale chiesa di Tuvalu. Dopo due settimane nel Paese, ha scelto Naracoorte, cittadina del South Australia dove già vivono diverse centinaia di isolani del Pacifico impiegati nell’agricoltura stagionale e nella lavorazione della carne.
Il governo di Tuvalu lavora intanto sul filo invisibile dei legami. Il premier Feleti Teo ha visitato la comunità tuvaluana di Melton, nel perimetro urbano di Melbourne, per ribadire l’importanza di mantenere salde le connessioni culturali oltre i confini. È un invito rivolto a chi parte e a chi resta, a non sciogliere la trama di relazioni che definisce una nazione anche quando la geografia si fa precaria.
Il governo di Canberra, la capitale australiana, ha predisposto servizi di sostegno per l’insediamento delle famiglie nelle principali aree di approdo: la costa orientale di Melbourne, Adelaide nel South Australia e il Queensland settentrionale. In questo primo gruppo figurano storie di mobilità pratica e ambizione misurata. Kitai Haulapi, fresco matrimonio e primato professionale nella sua isola, si trasferirà a Melbourne, città da cinque milioni di abitanti, con l’obiettivo semplice e concreto di trovare un lavoro e continuare a inviare rimesse ai parenti rimasti a Funafuti. È la linea sottile che tiene insieme progetto individuale e sostegno collettivo, un filo di denaro che si fa ponte.
