17 Febbraio 2026
/ 17.02.2026

Valanghe, l’inverno instabile che fa crescere il rischio

Allerta in Valle d’Aosta, evacuazioni in Piemonte, trasporti in crisi in Svizzera e un bilancio drammatico di vittime. Una sequenza di eventi che racconta un equilibrio in quota sempre più fragile

Le cronache alpine di questi giorni disegnano una mappa del rischio sempre più estesa — e sempre più tragica. In due sole settimane, una ventina di persone ha perso la vita travolta da valanghe sulle Alpi. Un bilancio difficile perfino da aggiornare con precisione, perché il bollettino delle vittime cresce di ora in ora, rendendo evidente quanto la situazione sia fuori scala rispetto agli standard stagionali.

Solo domenica scorsa si sono registrati quattro morti. Tre giovani freerider francesi, residenti a Courmayeur, sono stati travolti da una valanga in Val Veny, sul versante italiano del Monte Bianco. Il quarto decesso è avvenuto al Lago Nero, nel comprensorio di Madesimo, dove due gruppi in motoslitta sono stati investiti da una slavina: uno dei partecipanti al tour è stato trascinato via e ha perso la vita.

Questi episodi si aggiungono ai dieci morti registrati nella prima settimana di febbraio tra Trentino, Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia e provincia di Sondrio, e ad altri incidenti avvenuti nei giorni successivi. Domenica sera, inoltre, due snowboarder sono deceduti sotto una valanga sul ghiacciaio dello Stubai, nel Tirolo austriaco, mentre un altro snowboarder ha perso la vita nel Canton Ticino. Un elenco che continua ad allungarsi e che restituisce la misura di una stagione invernale particolarmente instabile.

In Valle d’Aosta l’allerta arancione per pericolo valanghe riguarda i principali massicci, dal Monte Bianco al Cervino, mentre in Svizzera una slavina ha causato il deragliamento di un treno nel Canton Vallese, con feriti e pesanti ripercussioni sulla circolazione ferroviaria. In Piemonte, a Bardonecchia, un’ordinanza comunale ha imposto l’evacuazione di una frazione e la chiusura di due valli. Episodi diversi, uniti da una dinamica comune: un manto nevoso instabile, reso più vulnerabile da precipitazioni irregolari, vento intenso e rapide oscillazioni termiche.

Il bollettino della Protezione civile valdostana parla di condizioni particolarmente delicate nelle conche, nei canaloni e in prossimità del limite del bosco, dove il vento ha accumulato grandi quantità di neve fresca. Gli strati più recenti poggiano su superfici fragili, con il rischio di distacchi anche al semplice passaggio di uno sciatore o di un escursionista. I lastroni possono raggiungere dimensioni medio-grandi e scendere da pendii molto ripidi, soprattutto alle alte quote esposte a sud-est, zone che nelle scorse settimane avevano già mostrato segnali di instabilità.

Trasporti vulnerabili

Il caso più emblematico arriva dal Vallese, dove una valanga ha invaso i binari della linea Frutigen–Brig pochi istanti prima del passaggio di un convoglio regionale. Il treno è deragliato appena fuori da una galleria, causando cinque feriti e l’evacuazione di ventinove passeggeri. La circolazione è rimasta sospesa per ore, con la chiusura di collegamenti strategici e l’isolamento temporaneo di diverse località. Le autorità svizzere hanno disposto verifiche approfondite e lavori complessi per la rimozione del convoglio, rallentati dall’elevato pericolo residuo di nuove slavine.

Le difficoltà non si sono limitate alla rete ferroviaria. Strade principali verso stazioni turistiche come Zermatt, Saas Fee e Arolla sono state temporaneamente interdette, mentre il trasporto veicoli attraverso il tunnel del Lötschberg ha subito lunghe sospensioni. Una catena di disagi che evidenzia quanto le infrastrutture di montagna siano esposte a fenomeni sempre più frequenti e meno prevedibili.

Comunità in allerta

Sul versante italiano, a Bardonecchia, l’ordinanza firmata dalla sindaca ha imposto l’evacuazione della frazione di Rochemolles e la chiusura della Valle Stretta e della stessa Rochemolles. Circa quaranta persone, tra residenti e turisti, sono state temporaneamente allontanate dalle abitazioni. Le decisioni sono state prese sulla base delle valutazioni della commissione locale valanghe, che ha individuato nel Gran Vallone una delle aree più sensibili, con caratteristiche simili a quelle che nel 2018 avevano preceduto un evento rilevante.

In alta Ossola, la statale 659 in Val Formazza è stata chiusa in località Roccette secondo l’ordinanza Anas che prevede la sospensione automatica del traffico in presenza di rischio elevato. Misure precauzionali che incidono sulla vita quotidiana delle comunità alpine e sull’economia turistica, già messa alla prova da stagioni invernali sempre meno regolari.

Neve più fragile, rischio più diffuso

Alla base di questi episodi c’è una trasformazione progressiva delle condizioni della neve: la diminuzione dello spessore medio del manto nevoso e l’aumento delle oscillazioni di temperatura favoriscono la formazione di strati deboli persistenti, che restano instabili anche per lunghi periodi. Le nevicate intense, concentrate in brevi finestre temporali, creano accumuli disomogenei che il vento ridistribuisce in modo irregolare, aumentando la probabilità di distacco.

Il risultato è un rischio complessivo più elevato, che non riguarda solo le attività sportive fuori pista, ma anche infrastrutture, centri abitati e collegamenti strategici. Le valanghe diventano così un indicatore concreto di come il cambiamento climatico stia modificando i parametri di sicurezza in montagna, imponendo nuove strategie di prevenzione, pianificazione territoriale e gestione dell’emergenza.

In un ambiente sempre più instabile, la prudenza non è una rinuncia, ma una condizione necessaria per continuare a vivere e attraversare le Alpi senza trasformare la normalità in un azzardo.

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