18 Febbraio 2026
/ 18.02.2026

Argentina, Milei all’assalto dei ghiacciai

Il presidente mette in discussione la legge che ha salvato i 17 mila ghiacciai argentini che costituiscono una insostituibile riserva di acqua. L’obiettivo dell’amministrazione è: meno protezione, più miniere

In Argentina il confronto politico ha raggiunto le vette della Cordigliera delle Ande. Al centro del dibattito c’è uno dei pilastri della tutela ambientale del Paese: la legge sui ghiacciai, approvata nel 2010 per proteggere le riserve strategiche di acqua dolce. La riforma proposta dal presidente Javier Milei ha riaperto una frattura profonda tra governo, comunità scientifica, ambientalisti e amministrazioni locali.

La normativa vigente è nata con un obiettivo chiaro: considerare i ghiacciai e le aree periglaciali beni da preservare perché fondamentali per l’equilibrio degli ecosistemi, la disponibilità idrica, l’agricoltura e il turismo. In un Paese che ospita quasi 17 mila ghiacciai distribuiti in dodici province, dalle Ande alla Patagonia, quella legge è stata a lungo indicata come uno degli esempi più avanzati di protezione ambientale in America Latina. Non solo un simbolo di protezione della natura, ma un’assicurazione sul futuro dell’acqua.

Rame e litio fanno gola

L’esecutivo guidato da Milei sostiene però che quel quadro normativo è diventato un freno allo sviluppo. La riforma punta a ridefinire i criteri di classificazione delle aree protette e ad ampliare il ruolo delle province nella gestione delle attività economiche, incluse quelle minerarie. L’argomento del governo è lineare: servono regole più flessibili per attrarre investimenti e valorizzare le risorse naturali, in particolare rame e litio, minerali chiave nella transizione energetica globale. Insomma meno protezione e più miniere.

Le critiche non si sono fatte attendere. Ricercatori e associazioni ambientaliste temono che delegare alle singole province la definizione delle zone da tutelare possa tradursi in protezioni disomogenee e più permissive. Il rischio evocato è quello di una progressiva erosione degli standard nazionali proprio mentre il cambiamento climatico accelera la fusione dei ghiacci e aumenta lo stress idrico. I ghiacciai, ricordano gli esperti, funzionano come serbatoi naturali che rilasciano acqua in modo graduale, stabilizzando interi bacini idrografici. Indebolire le garanzie significherebbe esporsi a effetti ambientali e sociali difficilmente reversibili.

Il nodo non è soltanto ecologico, ma anche giuridico. Alcuni costituzionalisti osservano che la legge sui ghiacciai rientra tra i cosiddetti “presupuestos mínimos”, gli standard ambientali minimi che lo Stato federale deve garantire su tutto il territorio. Una revisione che ne riducesse la portata potrebbe aprire un contenzioso legale, oltre a sollevare interrogativi sul rispetto del principio di non-regressione ambientale sancito in diversi accordi internazionali sottoscritti dall’Argentina.

Le comunità locali provano a frenare

Sul fondo si muovono interessi economici concreti. Una parte del mondo politico andino vede nelle attività estrattive un volano di occupazione e crescita, soprattutto in territori segnati da fragilità economica. Mentre le comunità locali e le organizzazioni civiche temono che un’espansione non adeguatamente controllata possa compromettere paesaggi, risorse idriche e settori come l’agricoltura e il turismo naturalistico.

Il progetto di riforma è ora nelle mani del Parlamento argentino, chiamato a decidere se mantenere l’impianto originario della legge o modificarne l’equilibrio tra tutela e sfruttamento delle risorse. In un’epoca di crisi climatica e competizione globale per le risorse critiche, il destino dei ghiacciai argentini diventa cartina di tornasole di una domanda più ampia: fino a che punto è possibile spingere l’acceleratore economico senza intaccare le riserve naturali che garantiscono stabilità e sicurezza alle generazioni future?

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