Il 4 ottobre i brasiliani scelgono il nuovo capo dello Stato, ma sulla scheda c’è anche, in un certo senso, l’Amazzonia. Il Brasile custodisce quasi il 60% della più grande foresta pluviale del pianeta e proprio il disboscamento è il motore principale delle sue emissioni, che ne fanno il quarto inquinatore climatico al mondo. I due favoriti, il presidente uscente Luiz Inácio Lula da Silva e il senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair, oggi in carcere per il tentato golpe del 2022, sono testa a testa. E sulla foresta la pensano in modo opposto.
Quanto pesi questa differenza lo ha calcolato Carbon Brief: dall’arrivo di Lula almeno 20 mila chilometri quadrati di Amazzonia sono rimasti in piedi rispetto a uno scenario con Jair Bolsonaro ancora al potere. È una superficie paragonabile a quella della Slovenia, poco più grande della Puglia.
Tagli dimezzati in tre anni
Tra il 2019 e il 2022 Bolsonaro padre aveva indebolito le regole, ridotto i fondi alle agenzie di controllo e lasciato campo libero alle attività illegali, mentre il Codice forestale, la legge che obbliga i proprietari terrieri a conservare una quota di bosco, restava lettera morta. Lula ha invertito la rotta: piano d’azione contro la deforestazione ripristinato, obiettivo “deforestazione zero” al 2030 e più ispezioni sul campo sotto la guida della ministra dell’Ambiente Marina Silva.
I numeri dell’istituto spaziale Inpe parlano chiaro: da 11.594 chilometri quadrati persi nel 2022 si è scesi a 5.731 nel 2025. Gli allarmi satellitari preliminari per il periodo agosto 2025-luglio 2026 indicano 2.874 chilometri quadrati, un dato che crescerà con le rilevazioni definitive ma che potrebbe comunque segnare il minimo dal 1988.
Una stima prudente
Il confronto si basa su uno studio del 2023 di Università di Oxford, Iiasa e Inpe, che simulava un Brasile senza applicazione del Codice forestale, usato qui come approssimazione di un secondo mandato di Jair Bolsonaro. Aline Soterroni, la ricercatrice di Oxford che ha guidato il lavoro, sottolinea come il calo mostri la rapidità con cui la deforestazione risponde alla volontà politica. Ma avverte che lo scenario è conservativo: prevede tagli alti ma stabili e non considera il disboscamento illegale incoraggiato da uno Stato assente.
Claudio Angelo, dell’Observatório do Clima, è convinto che con Bolsonaro rieletto il segnale politico avrebbe scatenato un’esplosione di miniere abusive e tagli illegali, con tassi molto più alti del primo mandato.
Programmi agli antipodi
Secondo l’Observatório do Clima, il programma di Lula contiene 16 impegni ambientali concreti, tra cui il taglio delle emissioni del 59-67% entro il 2035 rispetto al 2005. Quello di Flávio Bolsonaro ne conta uno solo, a fronte di sette proposte apertamente contrarie all’ambiente. Il candidato della destra promette di azzerare la deforestazione illegale entro il 2029, ma in passato ha tentato di riscrivere il Codice forestale per aprire nuove aree allo sfruttamento.
L’ecologo David Lapola, dell’Università di Campinas, ricorda che bastano pochi mesi per smantellare ciò che decenni di politiche ambientali hanno costruito. Patricia Pinho, dell’istituto di ricerca Ipam, parla di un possibile “disastro enorme”.
Le altre incognite
Chiunque vinca, la partita non si chiuderà il 4 ottobre. Quest’anno i grandi commercianti di cereali hanno abbandonato la moratoria sulla soia amazzonica, che nel suo primo decennio aveva evitato circa 18 mila chilometri quadrati di tagli di foresta: senza la moratoria, stima uno studio, se ne perderebbero altri 14 mila entro il 2036.
Si vota anche per il Congresso, dove la destra controlla metà dei seggi e nel 2025 ha già superato il veto di Lula sulla cosiddetta “legge della devastazione”. Secondo Mongabay, testata giornalistica online specializzata in ambiente, con Flávio Bolsonaro presidente il 95% dell’Amazzonia finirebbe sotto governi di destra favorevoli ad agribusiness e miniere.
Se nessuno supererà il 50%, il ballottaggio è fissato per il 25 ottobre.
