Oggi stiamo perdendo un elemento importante del paesaggio alpino. Domani, quando il flusso idrico sarà esaurito, perderemo l’acqua che ci dà da mangiare, raffredda le centrali elettriche, alimenta i rubinetti delle nostre case, sostiene gli alberi. I ghiacciai delle Alpi se ne stanno andando. E questo lo sapevamo da tempo, ma la novità è la velocità della fusione che aumenta a un ritmo impressionante, mentre continuiamo a far finta di niente, impegnandoci anzi a trovare sempre più combustibili fossili, il motore della deglaciazione.
I numeri che raccontano le nostre contraddizioni vengono dal rapporto annuale della rete di monitoraggio Glamos e della Commissione per l’osservazione della criosfera dell’Accademia svizzera delle scienze: in dodici mesi i ghiacciai della Confederazione hanno perso il 5,5% del loro volume. È il secondo risultato peggiore mai registrato, dietro soltanto al 2022, quando la perdita aveva superato il 6%. A pesare è stata una combinazione ormai familiare: un inverno avaro di neve, che ha lasciato il ghiaccio senza la sua coperta protettiva, seguito da un’estate da record per le temperature.
Un quinto in cinque anni
Il direttore di Glamos, il glaciologo Matthias Huss, ha parlato di “un anno catastrofico”. Ma è allargando lo sguardo che i numeri diventano più eloquenti. Dal 2021 la Svizzera ha perso quasi il 20% del suo ghiaccio e nel quinquennio 2022-2026 la velocità di fusione è stata più che doppia rispetto a qualsiasi altro periodo di cinque anni mai monitorato. Tra il 1990 e il 2000 se n’era andato il 10% del volume, nell’ultimo decennio il 27%.
I ricercatori hanno misurato 23 ghiacciai di riferimento, piantando ogni anno paline nel ghiaccio per seguirne l’abbassamento, ed estendendo poi i risultati alle quasi 1.300 formazioni glaciali ancora presenti nel territorio elvetico. Su alcune lingue glaciali sono spariti fino a 10 metri di spessore in una sola stagione, mentre diversi piccoli ghiacciai si sono dissolti del tutto.
Il rapporto descrive i nuovi meccanismi che alimentano il processo. La fusione ormai intacca anche le quote più alte, dove un tempo la neve resisteva per tutta l’estate e alimentava il ghiacciaio: una dinamica che Huss, intervistato dal Washington Post, definisce “una condanna a morte”. Inoltre il ghiaccio si consuma sempre più anche dal basso: acqua e aria calda scavano cavità che indeboliscono la massa e ne accelerano il ritiro. La conclusione della rete di monitoraggio è netta: in queste condizioni i ghiacciai alpini non hanno alcuna possibilità di sopravvivere nel lungo periodo.
La riserva che si esaurisce
Dietro i numeri c’è la crisi climatica alimentata dalla combustione di carbone, petrolio e gas, che scalda l’Europa più rapidamente di qualsiasi altro continente. E le conseguenze non restano in quota. Per ora la fusione estiva compensa in parte la siccità, riempiendo i bacini idroelettrici e sostenendo la portata di fiumi come Rodano, Reno e Ticino, e quindi del Po. Ma è un prestito destinato a esaurirsi: quando i ghiacciai saranno troppo piccoli, nelle estati più calde e asciutte quella riserva semplicemente non ci sarà.
Rallentare la fusione dei ghiacci è ancora possibile. Ma bisogna intervenire ora. E non quando si parla di paesaggio: quando si parla di energia.
