5 Ottobre 2026
/ 5.10.2026

La crisi dell’acqua costa all’Italia 13,4 miliardi di euro l’anno

Oltre metà delle imprese opera in aree a stress idrico, ma solo una su tre considera l’acqua un rischio per il business. Appena il 9,6% ha una policy dedicata alla risorsa

L’Italia paga ogni anno 13,4 miliardi di euro per la crisi dell’acqua. È il doppio della media europea. Eppure, nelle imprese, la risorsa continua a essere considerata da molti un problema operativo più che una questione strategica. Il dato emerge dall’indagine sulla Water Smart Economy realizzata da UN Global Compact Network Italia insieme a The European House – Ambrosetti, con il supporto di Edison.

La ricerca ha coinvolto 94 aziende italiane di diversi settori e restituisce una fotografia chiara: la scarsità d’acqua è già presente nei territori in cui lavorano molte imprese, mentre la sua gestione ai vertici delle aziende procede più lentamente. Ma dall’acqua dipende, complessivamente, un’attività economica da 384 miliardi di euro, circa un quinto del Valore Aggiunto nazionale, cioè della ricchezza generata dalle attività produttive italiane. Una cifra che rende la questione urgente anche per chi si occupa di produzione, investimenti e competitività.

Il rischio è già nei territori

Il 56,4% delle imprese analizzate opera in aree sottoposte a stress idrico. Solo il 34%, però, considera l’acqua una criticità alta o estremamente alta per la continuità del proprio business. A spiegare almeno in parte questa distanza contribuisce il peso che l’acqua ha oggi nei bilanci. Per oltre metà delle aziende, approvvigionamento, trattamento e scarico rappresentano meno dell’1% dei costi operativi. Negli ultimi tre anni, inoltre, l’incidenza dei costi idrici è rimasta sostanzialmente stabile.

Il contesto territoriale racconta però una situazione diversa. Il Mediterraneo è una delle aree del mondo maggiormente esposte alla crisi idrica: la scarsità d’acqua è 12 volte superiore alla media globale e la regione si riscalda circa il 20% più rapidamente della media mondiale. Circa 220 milioni di persone vivono già in condizioni di penuria d’acqua.

In Italia l’agricoltura rappresenta circa la metà dei prelievi idrici. Nei prossimi anni, inoltre, alla domanda dei settori tradizionali si aggiungeranno quella di comparti in espansione come data center, semiconduttori, idrogeno rinnovabile e batterie.

Chi decide sull’acqua?

Nella governance aziendale emerge uno dei ritardi più evidenti. Solo il 9,6% delle imprese ha una policy specifica per la gestione della risorsa idrica. E appena l’8,5% affida la supervisione di queste politiche al top management o al board.

Quattro aziende su dieci, inoltre, non hanno fissato alcun obiettivo quantitativo sulla gestione dell’acqua. Appena il 4,3% ha invece adottato target science-based o allineati ai principali framework internazionali. Le imprese si concentrano soprattutto sulle attività più immediate: ridurre i prelievi, migliorare l’efficienza, rendicontare i consumi. Più difficile è trasformare questi interventi in una politica di lungo periodo collegata alle decisioni industriali e finanziarie.

“Occorre passare da una gestione operativa della risorsa idrica ad un approccio strategico integrando il water risk nella pianificazione economica e nelle decisioni di investimento delle aziende italiane”, afferma Daniela Bernacchi, executive director di UN Global Compact Network Italia.

Gli investimenti restano al palo

La cautela si vede anche nei capitali destinati alla gestione dell’acqua. Quasi tre imprese su dieci non investono in questo ambito e circa un’altra su tre vi destina meno del 5% degli investimenti complessivi dedicati all’innovazione.Anche l’innovazione tecnologica viene ancora considerata poco rilevante: solo il 15,9% delle aziende la giudica strategica per trasformare il proprio modello operativo.

Tra gli ostacoli indicati dalle imprese ci sono soprattutto i costi degli investimenti, la complessità delle procedure e l’incertezza sul ritorno economico. Il 36,4% considera inoltre poco o per nulla adeguato il quadro normativo a sostenere gli investimenti nella gestione idrica.

Intanto la pressione sulla risorsa cresce insieme a nuovi fabbisogni industriali. Secondo l’indagine, il valore economico di semiconduttori, data center, idrogeno rinnovabile e batterie potrebbe passare da circa 192 miliardi a quasi 1.000 miliardi di euro entro il 2030. La domanda d’acqua collegata a questi settori potrebbe arrivare fino a 2,6 volte quella attuale.

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