12 Ottobre 2026
/ 12.10.2026

L’allarme Onu: nel mondo 1,2 miliardi di persone senza servizi essenziali

Per la prima volta dal 2010 torna ad aumentare la povertà. Oltre la metà delle persone coinvolte sono bambini, l’83% vive nelle aree rurali. Ma 33 Paesi sono riusciti a dimezzare il proprio indice di povertà in meno di 15 anni

La povertà nel mondo non si misura soltanto con il reddito. Significa anche vivere senza acqua potabile, elettricità o servizi igienici adeguati, non poter frequentare la scuola e non avere accesso a cure sanitarie sufficienti. È questa la realtà che emerge dal nuovo rapporto sulla povertà multidimensionale globale, pubblicato il 12 ottobre dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) insieme all’Oxford Poverty and Human Development Initiative dell’Università di Oxford: 1,2 miliardi di persone vivono in condizioni di grave privazione, 51,5 milioni in più rispetto alla precedente rilevazione.

Il dato segna un’inversione di tendenza. Da quando l’indice è stato introdotto nel 2010, è la prima volta che il numero complessivo delle persone in povertà multidimensionale torna a crescere. La rilevazione riguarda 108 Paesi, nei quali vivono complessivamente 6,3 miliardi di persone: il 18,9% della popolazione considerata rientra nella categoria.

Più di un povero su due è un bambino

La fotografia delle disuguaglianze globali mette in evidenza soprattutto la condizione dei più giovani. Dei 1,2 miliardi di persone coinvolte, 617 milioni sono bambini: più della metà del totale. Per loro, la povertà può tradursi contemporaneamente in malnutrizione, interruzione degli studi, abitazioni inadeguate e mancanza di servizi di base, con conseguenze che rischiano di accompagnarli anche nell’età adulta.

Un altro elemento decisivo è la distribuzione geografica del fenomeno. L’83% delle persone che vivono in povertà multidimensionale si trova nelle aree rurali, dove la distanza dalle scuole e dalle strutture sanitarie e la carenza di infrastrutture rendono più difficile uscire dalla condizione di svantaggio.

L’indice elaborato da Undp e Oxford prende in considerazione dieci indicatori, raggruppati in tre ambiti: salute, istruzione e condizioni di vita. Non conta soltanto quante privazioni una persona subisce, ma anche la loro intensità. In questo modo la misurazione permette di individuare situazioni che una semplice soglia di reddito potrebbe non intercettare.

Il peso delle guerre e delle crisi

L’aumento della povertà si inserisce in un quadro internazionale segnato da conflitti, instabilità e difficoltà economiche. Le emergenze possono interrompere l’accesso all’istruzione e alle cure, distruggere abitazioni e infrastrutture e compromettere i mezzi di sussistenza, rendendo ancora più vulnerabili le comunità che dispongono di poche risorse.

Il rapporto, tuttavia, invita a leggere con attenzione il dato complessivo. L’aumento di 51,5 milioni non equivale necessariamente a un peggioramento delle condizioni di vita in ogni Paese. Una parte della variazione dipende infatti dall’aggiornamento delle stime demografiche: nei 95 Paesi per i quali non erano disponibili indaginirecenti, questo fattore ha contribuito per 15,8 milioni all’incremento del numero stimato di persone povere. I risultati mostrano quindi una combinazione di dinamiche demografiche, progressi e arretramenti nazionali.

Trentatré Paesi hanno dimezzato la povertà

Il quadro non è soltanto negativo. Tra gli 89 Paesi per i quali esistono serie storiche confrontabili, 33 sono riusciti a dimezzare il valore del proprio indice di povertà multidimensionale in meno di 15 anni.

Tra gli esempi indicati dal rapporto c’è l’Eswatini, un piccolissimo Stato dell’Africa meridionale, dove la quota di popolazione in questa condizione è scesa dal 38,7% all’8% nell’arco di 15 anni. La Cina ha dimezzato il valore dell’indice in quattro anni, tra il 2010 e il 2014, mentre il Vietnam ha raggiunto lo stesso risultato in sette anni.

Le traiettorie, però, possono cambiare. La Nigeria, dopo aver registrato progressi negli anni Dieci, ha visto peggiorare la propria situazione nel decennio successivo, con un aumento sia della percentuale sia del numero assoluto di persone in povertà multidimensionale.

La conclusione è duplice: la riduzione della povertà non segue un percorso automatico e i risultati ottenuti possono essere reversibili. Ma l’esperienza di decine di Paesi dimostra che interventi capaci di migliorare insieme istruzione, salute e condizioni materiali possono produrre cambiamenti significativi. La sfida, ora, è evitare che le crisi cancellino i progressi compiuti e raggiungere chi continua a vivere senza i servizi essenziali.

CONDIVIDI

Continua a leggere