Negli ultimi mesi, l’aria del Nord America è tornata irrespirabile. Non è una metafora: secondo il rapporto annuale dell’Air Quality Life Index (Aqli) dell’Università di Chicago, il fumo degli incendi ha fatto aumentare i livelli di inquinamento atmosferico a tal punto da cancellare decenni di progressi nella lotta allo smog.
La catastrofica stagione degli incendi boschivi in Canada nel 2023 ha avuto conseguenze terribili. Solo quell’estate, il particolato fine – le cosiddette PM2.5, microscopiche particelle in grado di penetrare nei polmoni e nel sangue – è aumentato di oltre il 50%. Negli Stati Uniti, l’incremento registrato è stato del 20%. Si tratta di livelli così alti che, in termini di danni alla salute, superano quelli del fumo di sigaretta, dell’HIV o degli incidenti stradali.
“Non è un’esagerazione”, avverte Michael Greenstone, cofondatore dell’Aqli. “Il particolato fine è la minaccia esterna più grave per la salute umana. È peggio del fumo di tabacco, della malnutrizione infantile, degli incidenti stradali. È una vera e propria emergenza sanitaria globale”.
Il paradosso è che questo peggioramento arriva proprio in un momento in cui molte nazioni avevano raggiunto, o stavano raggiungendo, gli obiettivi di qualità dell’aria. In alcune regioni del Canada e degli Stati Uniti, l’inquinamento sembrava ormai sotto controllo. Oggi, invece, lo smog è tornato. E non per colpa delle automobili o delle industrie, ma per via delle foreste in fiamme.
Nel 2023, oltre la metà dei canadesi ha respirato aria più inquinata dei limiti stabiliti a livello nazionale. Fino a pochi anni fa, erano meno del 5%. Alcune zone – come l’Alberta, la Columbia Britannica o i Territori del Nord-Ovest – hanno raggiunto livelli di inquinamento paragonabili a quelli della Bolivia e dell’Honduras, con una perdita stimata di due anni di vita per chi vi abita.
La crisi non è solo americana
Gli incendi stanno colpendo duramente anche l’Europa e il bacino del Mediterraneo. In Spagna, da inizio agosto sono andati in fumo più di 410.000 ettari di vegetazione: una superficie dieci volte più grande rispetto a quella bruciata in tutto il 2024. Intere comunità sono state evacuate, con oltre 100 territori dichiarati “zone disastrate”. Le fiamme hanno provocato la morte di almeno cinque persone e interrotto trasporti, linee ferroviarie, attività agricole.
Anche il Portogallo è stato travolto da incendi fuori controllo. Uno, in particolare, ha distrutto da solo oltre 64.000 ettari di boschi, diventando il più vasto mai registrato nel Paese. Gli incendi sono frequenti in estate nel nord dell’Algeria, dove si concentrano le foreste, ma negli ultimi anni si sono intensificati a causa dei periodi di siccità e del caldo torrido legati al riscaldamento globale.
La siccità come benzina sul fuoco
La situazione è aggravata dalla siccità estrema che colpisce vaste aree dell’Europa e del Mediterraneo. Secondo l’Osservatorio europeo sulla siccità, più della metà del territorio europeo era in condizioni di stress idrico a inizio agosto 2025. Alcune nazioni, come la Georgia, l’Armenia e la Bulgaria, sono interamente colpite. Le alte temperature e la mancanza di pioggia rendono le foreste secche come polvere da sparo.
Gli esperti avvertono che la siccità attuale è peggiore di quella che colpì il continente nell’estate del 2022. Non è un evento isolato, ma parte di un trend che si sta consolidando anno dopo anno, alimentato dai cambiamenti climatici.
Quanto costa tutto questo?
L’aumento degli incendi e dell’inquinamento atmosferico non è solo un problema ecologico, ma ha conseguenze dirette sulla salute pubblica, sull’economia e sulla stabilità sociale. Secondo le stime, gli incendi hanno già causato la perdita di oltre un milione di ettari di foreste nell’Unione europea nel solo 2025, superando ogni record precedente.
Nel frattempo, i governi corrono ai ripari: l’Ue ha investito oltre 40 miliardi di euro nei servizi di protezione antincendi. Basterà?