16 Luglio 2024
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Cronaca, Esteri

A Lucerna, nulla di buono

17.06.2024

Dopo la conferenza di pace a Lucerna, Zelensky e Putin risultano volere le stesse cose. Si tratta di pretese massimaliste, in base alle quali nessuno è disposto a cedere niente per non tradire le aspettative dei propri cittadini, colpiti duramente dalla guerra. Retroscene e analisi.

Quali sono le prospettive per una pace tra la Russia aggressore e l’Ucraina aggredita? A 28 mesi dall’invasione, la domanda è senza risposta, soprattutto per la difficoltà di riconciliare le pretese nazionaliste russe con l’articolo 2 della Carta dell’ONU. Dove trovare il compromesso per una “pace senza vittoria”, secondo la formula coniata nel 1917 dal presidente americano Woodrow Wilson? Sotto certi aspetti, non vi è differenza tra Zelensky e Putin. Parlando alla conferenza di pace di Lucerna, il presidente ucraino ha detto che si potrà avere una pace durevole solo dopo il completo ritiro russo dai territori occupati. Dal canto suo, nella conferenza stampa del 14 giugno, Putin ha posto come precondizioni per le trattative la cessione integrale dei quattro principali oblast invasi, compresi quelli dei quali detiene un controllo solo parziale. Si tratta di pretese massimaliste, in base alle quali nessuno è disposto a cedere niente. Si tratta in parte della necessità di non tradire le aspettative dei propri cittadini, duramente colpiti dalla guerra ed in parte di non scoprire le proprie carte in pubblico.

Indicazioni più concrete vengono dalle bozze dei negoziati armistiziali svoltisi in Turchia nel marzo-aprile 2022, pubblicati nei giorni scorsi dal New York Times. Si tratta di documenti di straordinario interesse, che il quotidiano ha trascritto per evitare che si possa riconoscere chi glieli abbia forniti. Questi testi lunghi e dettagliati – la versione del 25 marzo è di ben 25 pagine, per esempio – permettono di individuare gli ostacoli al negoziato. Il preambolo proposto dall’Ucraina, per esempio, era inaccettabile dalla Russia perché faceva riferimento agli accordi di Budapest del 1994, nei quali l’Ucraina accettava di smantellare il proprio arsenale nucleare in cambio del riconoscimento da parte russa dei confini. Allo stesso modo, la Russia rifiutava ogni riferimento ai “confini internazionalmente riconosciuti”, perché questo negava il suo assorbimento di Crimea, Donetsk e Luhansk. In altre parole, fin dall’inizio Putin ha posto come condizione la cessione di territorio da parte del vicino. In altri punti, la Russia rifiutava qualsiasi forma di supervisione internazionale, fosse pure con il voto unanime dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU – compresi, dunque, sé stessa e la Cina, che hanno diritto di veto.
Molto interessanti le richieste russe di tipo “morale”. Oltre al ripristino dell’uso della lingua russa, c’erano il divieto di ricordare quanti avevano “combattuto contro la coalizione anti-Hitler” (in pratica l’eroe nazionale ucraino Stepan Bandera, da sempre avversario dei sovietici) o di limitare “i simboli usati negli Stati associati con la vittoria sul Nazismo” (in pratica, quelli sovietici, detestati in Ucraina in quanto legati all’occupazione russa).

In cambio di disarmo militare, scarse garanzie politiche e ripristino dei segni della soggezione alla Russia, il testo non offriva particolari tutele dell’indipendenza ucraina. In altre parole, nulla vietava alla Russia di tentare una nuova invasione non appena guarita dalle sue ferite. In compenso, da Lucerna, dov’erano rappresentati 92 Paesi, circa la metà dei membri ONU, non è uscita alcuna controproposta. Zelensky si è limitato a dire che una volta approvato “il piano sarà passato ai rappresentanti della Federazione Russa”. Fino ad allora, la domanda sulle prospettive di pace resterà senza risposta.

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