Produrre acqua potabile partendo dal mare non è una novità. Farlo senza occupare coste, consumare grandi quantità di energia e alterare gli ecosistemi marini, invece, sì. È questa la scommessa del primo impianto di desalinizzazione sottomarino al mondo -“Flocean One“, al largo di Mongstad, in Norvegia – che sta per entrare in funzione e promette di cambiare radicalmente il modo in cui affrontiamo la crescente crisi idrica globale.
L’idea è controintuitiva: invece di costruire grandi dissalatori a terra, pieni di pompe, filtri e infrastrutture energivore, l’impianto viene collocato sul fondale marino, a centinaia di metri di profondità. Lì sotto, la pressione dell’acqua – che nei sistemi tradizionali viene ottenuta consumando grandi quantità di energia elettrica – è già naturalmente elevatissima.
Il principio dell’osmosi inversa
Il principio resta quello dell’osmosi inversa, la tecnologia più diffusa per separare il sale dall’acqua. Ma in questo caso non servono potenti pompe per “spingere” l’acqua attraverso le membrane: è il mare stesso a fare il lavoro più pesante. Il risultato è una riduzione significativa dei consumi energetici, con stime che parlano di un taglio fino alla metà rispetto agli impianti costieri convenzionali.
C’è poi un altro vantaggio spesso trascurato. L’acqua prelevata in profondità è più fredda, più pulita e molto più stabile rispetto a quella superficiale. Meno alghe, meno microrganismi, meno sedimenti. Questo significa meno trattamenti preliminari, meno sostanze chimiche e una maggiore durata delle membrane, che sono una delle voci di costo più rilevanti nella desalinizzazione.
Anche la gestione degli scarti cambia. Nei dissalatori tradizionali la salamoia concentrata viene spesso riversata vicino alle coste, con effetti potenzialmente dannosi per la fauna marina. Nel caso dell’impianto sottomarino, invece, il rilascio avviene in profondità, dove l’enorme volume d’acqua favorisce una rapida diluizione, riducendo l’impatto sugli ecosistemi più sensibili.
L’impianto pilota
Il primo modulo operativo, pensato come impianto pilota ma già in scala commerciale, è progettato per produrre circa mille metri cubi di acqua potabile al giorno. Non una quantità gigantesca, ma sufficiente a coprire il fabbisogno di decine di migliaia di persone. La vera forza del progetto, però, è la modularità: più unità possono essere installate e collegate tra loro, adattando la produzione alle esigenze di comunità costiere, isole, industrie o infrastrutture critiche.
In un mondo in cui la domanda di acqua dolce cresce più rapidamente dell’offerta, e in cui siccità e stress idrico stanno diventando la norma anche in aree finora considerate sicure, soluzioni come questa attirano inevitabilmente l’attenzione. La desalinizzazione resta una tecnologia costosa e non priva di criticità, ma spostarla sotto il mare potrebbe renderla più sostenibile, meno invasiva e più compatibile con gli obiettivi climatici. Ridurre gli sprechi, proteggere le falde, gestire meglio le risorse esistenti resta fondamentale: è la priorità. Ma se davvero l’oceano può aiutarci a produrre acqua potabile consumando meno energia e con minori impatti ambientali, vale la pena esplorare questa possibilità.
