23 Marzo 2026
/ 23.03.2026

Acqua, la crisi ha un volto femminile

I dati ONU per la Giornata mondiale dell’acqua. Donne e ragazze impiegano complessivamente 200 milioni di ore ogni giorno per raccogliere acqua

Oltre 2 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso a servizi di acqua potabile gestiti in modo sicuro. E il carico quotidiano ricade soprattutto sulle donne: nell’80% delle famiglie prive di acqua in casa tocca a donne e ragazze occuparsi della raccolta. Sono i dati forniti dalle Nazioni Unite in occasione della Giornata mondiale dell’acqua

Il dato più impressionante riguarda il tempo: donne e ragazze impiegano complessivamente circa 200 milioni di ore ogni giorno per raccogliere acqua. Un’enorme quantità di tempo sottratta a istruzione, lavoro e partecipazione sociale. Non a caso, l’ONU sottolinea che le bambine hanno molte più probabilità dei coetanei maschi di essere escluse dalla scuola.

Dunque non è solo una questione di fatica fisica: il tempo impiegato per raccogliere acqua si traduce in un limite strutturale alle opportunità. In molte aree rurali, il ciclo è sempre lo stesso: meno accesso all’acqua significa meno istruzione, meno autonomia economica e maggiore vulnerabilità.

Le Nazioni Unite evidenziano anche un altro aspetto critico: la mancanza di servizi idrici e igienico-sanitari adeguati aumenta i rischi per la sicurezza personale, soprattutto per donne e ragazze costrette a spostarsi in zone isolate.Il problema, quindi, non è solo ambientale. È profondamente sociale.

Il cambiamento climatico accelera la crisi

Il cambiamento climatico amplifica ulteriormente queste dinamiche. Siccità più frequenti e prolungate rendono sempre più difficile l’accesso all’acqua, aumentando le distanze da percorrere. Allo stesso tempo, eventi estremi come alluvioni e tempeste possono contaminare le fonti idriche.Il risultato è una crescente instabilità: l’acqua non solo è meno disponibile, ma è anche meno prevedibile. E quando il sistema si destabilizzasono le fasce più vulnerabili a pagarne il prezzo più alto.

La crisi idrica è quindi anche una questione di diritti e uguaglianza. Migliorare l’accesso all’acqua significa intervenire sulle infrastrutture, ma anche riconoscere il lavoro invisibile che sostiene intere comunità.Ridurre le perdite, investire in reti efficienti, promuovere il riuso delle acque e garantire servizi igienico-sanitari adeguati sono azioni fondamentali. Ma senza un approccio inclusivo, che tenga conto delle disuguaglianze di genere, il rischio è quello di intervenire solo sulla superficie del problema.

Italia, meno pioggia e meno acqua disponibile

Se il quadro globale evidenzia le implicazioni sociali della crisi, i dati italiani mostrano con chiarezza la dimensione quantitativa del problema. Secondo le analisi ISPRA, nel 2025 le precipitazioni totali sono state pari a 963,4 millimetri (circa 291 miliardi di metri cubi), in calo del 9% rispetto al 2024, un anno particolarmente piovoso.

La risorsa idrica rinnovabile – cioè la quantità effettivamente disponibile al netto dell’evapotraspirazione – è stata stimata in circa 128 miliardi di metri cubi. Un valore inferiore di oltre il 7% rispetto alla media storica, del 4% rispetto al trentennio 1991–2020 e soprattutto del 19% rispetto all’anno precedente.Il dato conferma una tendenza negativa che si osserva su scala nazionale dal 1951.

Le criticità maggiori si concentrano nel Centro-Sud e nelle isole. Nei distretti dell’Appennino Meridionale e Centrale si registrano i cali più significativi della risorsa idrica, fino al 30% rispetto ai valori medi. Sardegna e Sicilia continuano a mostrare condizioni di deficit, rispettivamente del 12% e del 13%.

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