Una mobilitazione lunga settimane, presìdi sul fiume, blocchi ai terminal portuali e una richiesta semplice: i corsi d’acqua dell’Amazzonia non possono essere trattati come corridoi logistici qualsiasi. Alla fine il governo di Luiz Inácio Lula da Silva ha fatto marcia indietro, revocando il decreto che inseriva tratti dei fiumi Tapajós, Madeira e Tocantins nel programma nazionale di privatizzazioni.
La misura, adottata nell’agosto 2025, apriva alla concessione ai privati di attività strategiche come dragaggi, manutenzione, segnaletica e gestione della navigazione commerciale. In altre parole, l’infrastrutturazione di vere e proprie autostrade fluviali funzionali soprattutto all’export agricolo. Ma per le comunità indigene che vivono lungo quelle rive, i fiumi non sono infrastrutture: sono fonte di acqua, cibo, identità culturale e spiritualità.
Le proteste sul campo
A innescare la svolta è stata una protesta guidata da diversi popoli indigeni, tra cui Munduruku, Arapiun e Apiaká, concentrata nell’area di Santarém, nello Stato del Pará. Per settimane centinaia di persone hanno bloccato un terminal fluviale utilizzato per l’esportazione di soia, collegato alle attività della multinazionale Cargill.
Il blocco ha rallentato traffici e spedizioni, attirando l’attenzione nazionale e internazionale. Al centro della contestazione c’era un punto giuridico preciso: l’assenza di una consultazione libera, preventiva e informata delle popolazioni interessate, come previsto dalle convenzioni internazionali sui diritti dei popoli indigeni.
Le comunità temevano che l’intensificazione del dragaggio e del traffico di grandi imbarcazioni avrebbe alterato gli ecosistemi fluviali, compromettendo la pesca e aumentando la pressione su territori già esposti a deforestazione e incendi. In un’area dove l’equilibrio è fragile, anche interventi apparentemente tecnici possono avere effetti a catena.
La retromarcia di Brasilia
La decisione di revocare il decreto è stata annunciata dal segretario generale della Presidenza, Guilherme Boulos, al termine di un confronto con i rappresentanti indigeni. La cancellazione del provvedimento elimina, almeno per ora, la base normativa che avrebbe consentito di procedere con le concessioni.
È una scelta che ha un peso politico non banale. Il governo Lula, tornato al potere anche con la promessa di rilanciare la tutela ambientale dopo gli anni di arretramento sotto Bolsonaro, si è trovato stretto tra due pressioni opposte: da un lato le esigenze di competitività del settore agroindustriale, dall’altro la necessità di ricostruire credibilità internazionale sulla difesa dell’Amazzonia.Revocare il decreto significa riconoscere che lo sviluppo infrastrutturale in Amazzonia non può prescindere dal consenso delle comunità locali.
Una vittoria simbolica, ma la partita resta aperta
Le organizzazioni indigene parlano di vittoria storica. Ed è difficile dar loro torto: raramente una mobilitazione territoriale riesce a fermare un atto inserito in un piano nazionale di privatizzazioni. Tuttavia la questione di fondo rimane. L’Amazzonia continua a essere al centro di progetti logistici, ferroviari e portuali pensati per accelerare l’export di materie prime.
La pressione economica è forte, soprattutto in un contesto globale in cui la domanda di soia e altre commodity agricole resta elevata. Ogni nuovo corridoio di trasporto riduce i costi e aumenta la competitività. Ma ogni nuovo corridoio può anche diventare una porta d’ingresso per ulteriori trasformazioni del territorio.
La vicenda dei tre fiumi mostra con chiarezza il nodo: l’Amazzonia è insieme ecosistema vitale per il clima globale e frontiera economica. Mettere in equilibrio queste due dimensioni non è semplice. La revoca del decreto non chiude il conflitto tra modelli di sviluppo diversi, ma dimostra che le comunità indigene non sono comparse in questo scenario. Sono attori politici capaci di incidere sulle decisioni nazionali.
