Un’ondata di calore eccezionale ha investito l’Asia Centrale nel mese di marzo, facendo registrare temperature fino a 10 gradi superiori rispetto alle medie storiche. Il fenomeno ha destato preoccupazione tra gli esperti, che lo collegano direttamente agli effetti del cambiamento climatico. Pesanti le conseguenze su agricoltura, riserve idriche e salute pubblica.
Secondo il World Weather Attribution (Wwa), la rete internazionale di climatologi che analizza l’impatto del riscaldamento globale su eventi meteo estremi, il riscaldamento antropico ha amplificato l’intensità di questa ondata di calore di almeno 4 gradi. E potrebbe essere anche una stima prudente. “È un’ondata di caldo”, spiega Maja Vahlberg, esperta del Centro per il Clima della Croce Rossa, “avvenuta in primavera e in una regione poco osservata dal mondo, è passata quasi inosservata dai media, ma i suoi effetti sono tutt’altro che marginali”.
I cinque Paesi più colpiti
Le temperature estreme sono state registrate nei cinque Paesi della regione – Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan – dove si sono toccati picchi inusuali per marzo: 30,8°C a Jalalabad (Kirghizistan), 29,4°C a Namangan e 29,1°C a Fergana (Uzbekistan). A Shahdara, in Kazakistan, si è verificata la notte di marzo più calda mai registrata, con 18,3°C.
Questi valori preoccupano soprattutto perché la primavera è un periodo cruciale per il settore agricolo. Sono i mesi della fioritura degli alberi da frutto – mandorli, ciliegi, albicocchi – e della semina del grano. In Tagikistan e Uzbekistan, quasi la metà della popolazione attiva lavora in agricoltura, settore che rappresenta una fetta importante del Pil. Un clima instabile e anticipatamente caldo rischia di compromettere i raccolti e di ridurre la produttività agricola.
Ma l’agricoltura non è l’unico ambito a rischio. L’ondata di caldo accelera anche lo scioglimento dei ghiacciai nei monti Tian Shan e Pamir, che fungono da principali serbatoi d’acqua per la regione. Secondo un rapporto della Banca Eurasiatica di Sviluppo, tra il 14% e il 30% dei ghiacciai della zona si è già fuso negli ultimi 60 anni. Questo mette in pericolo la sicurezza idrica, soprattutto nei mesi più secchi, quando i fiumi alimentati dai ghiacciai diventano fondamentali per l’irrigazione e l’uso domestico.
La situazione è resa ancora più critica dall’isolamento geografico dell’Asia Centrale, lontana migliaia di chilometri dai mari e dunque senza accesso diretto a grandi risorse idriche. Il rischio concreto è che eventi simili, se non affrontati con politiche adeguate, possano diventare sempre più frequenti e dannosi. Ben Clarke, ricercatore dell’Imperial College di Londra, conferma la gravità del fenomeno: “In genere osserviamo variazioni di 2 o 3 gradi in eventi estremi. Qui parliamo di 10 gradi: un’anomalia che non può essere ignorata”.
In Uzbekistan obbligo di pannelli solari
Alcuni Paesi stanno iniziando a prendere provvedimenti. L’Uzbekistan, ad esempio, ha introdotto a partire da giugno 2025 l’obbligo di installare pannelli solari e scaldacqua a energia rinnovabile su tutti i nuovi edifici o in quelli sottoposti a ristrutturazione. È un primo passo verso una maggiore sostenibilità energetica, ma non basta.
Serve una risposta più ampia e coordinata a livello regionale. Gli esperti chiedono maggiori investimenti in infrastrutture idriche, sistemi di allerta precoce, agricoltura resiliente e fonti di energia pulita. Perché, come ricorda Friederike Otto, climatologa e co-direttrice del Wwa, “le ondate di calore non sono più eccezioni: dobbiamo prepararci a conviverci sempre più spesso”.