3 Aprile 2025
/ 28.02.2025

Biodiversità: l’accordo c’è, i soldi ancora no

Per la biodiversità il bicchiere è solo mezzo pieno. Dopo 30 anni di Convenzione sulla diversità biologica, il mondo concorda di “intensificare gli sforzi” e creare un meccanismo finanziario dedicato per la sua attuazione.

Più di 140 Paesi hanno adottato una strategia per mobilitare centinaia di miliardi di dollari all’anno per contribuire a invertire le drammatiche perdite di biodiversità, ma non hanno deciso di istituire un nuovo fondo globale per la natura, una richiesta chiave delle economie in via di sviluppo.

Le nazioni presenti alla 16a Conferenza delle Nazioni Unite sulla Biodiversità, la Cop16, riconvocata a Roma come conferenza bis di quella di Cali terminata lo scorso anno senza un accordo, hanno tracciato una roadmap per arrivare ai fondi necessari a proteggere gli ecosistemi. L’accordo guiderà i Paesi su come raccogliere 200 miliardi di dollari all’anno entro la fine del decennio per raggiungere gli obiettivi del Quadro Globale per la Biodiversità di Kunming-Montreal, un patto storico sulla natura adottato nel dicembre 2022, che vanno dalla salvaguardia dell’acqua potabile al dimezzamento degli sprechi alimentari fino alla riduzione dell’uso di sostanze chimiche nocive.

Altri tre anni persi
Cop16 ha però rinviato la decisione su un nuovo fondo – destinato ad accelerare il flusso di finanziamenti ai progetti – “al più tardi” entro la diciannovesima sessione della Cop, ovverosia entro il 2028. Altri tre anni persi. La strategia finanziaria adottata la scorsa notte, tra gli applausi e le lacrime dei delegati, sostiene “la nostra capacità collettiva di sostenere la vita su questo pianeta”, ha dichiarato Susana Muhamad, ministro dell’Ambiente uscente della Colombia e presidente della Cop16.

I negoziatori hanno affrontato un “panorama geopolitico molto polarizzato, frammentato, divisivo e conflittuale” e hanno dimostrato che “il multilateralismo può dare risultati”. “La decisione rappresenta una soluzione equilibrata e di compromesso – ha dichiarato Maria Angélica Ikeda, che guidava la delegazione brasiliana – e Il Brasile, che ospiterà il prossimo vertice delle Nazioni Unite sul clima a novembre, è molto soddisfatto”.

Maggiori sforzi
Per venire incontro alla perplessità di molti Paesi più poveri, soprattutto africani e latinoamericani, secondo l’accordo, i Paesi sviluppati sono invitati a “intensificare gli sforzi” per mobilitare 20 miliardi di dollari all’anno per i Paesi più poveri entro la fine di quest’anno e 30 entro il 2030. E anche questo non è un impegno cogente. L’accordo prevede anche uno studio sul rapporto tra sostenibilità del debito e protezione della natura – un elemento che gli osservatori hanno accolto come nuovo e progressista – e un migliore coordinamento tra i ministri dell’Ambiente e delle Finanze. E l’impegno a ridurre i sussidi nocivi all’ambiente di almeno 500 miliardi all’anno entro il 2030.

Approvato invece senza problemi il PMMR, il meccanismo di rendicontazione e verifica delle strategie e dei piani nazionali della biodiversità ed è stato reso operativo il fondo di Cali, un fondo rigorosamente finanziato con le risorse messe a disposizione dalle aziende che sfruttano il sequenziamento genetico digitale. Ma niente fondo automatico.

Delusi ma poteva andare peggio
Alcuni Paesi soprattutto in via di sviluppo, guidati da Brasile, Kenya e sostenuti dalla Russia, avevano chiesto la creazione di un nuovo fondo globale per la natura, gestito magari dalla stessa Cbd, la convenzione sulla biodiversità, e non dal Gef, il Global environnement fund creato nel 1992, hanno lasciato Roma delusi. I Pvs perchè volevano un fondo non gestito dai Paesi sviluppati; nazioni come la Russia (o Iran, Cuba, Venezuela, Siria) perché volevano un fondo accessibile anche a Paesi, come il loro, soggetti a sanzioni.  Le parti della Cop 16 hanno invece solo concordato un processo per esplorare questa possibilità, mantenendola aperta e possibile ma senza formalizzarla o decidere chi gestirà i soldi, con una decisione finale prevista per il 2028. Per il momento rimane il Gef, entro il 2028 si vedrà.

Del resto poteva anche andare peggio. La decisione di Trump del mese scorso di congelare le principali fonti di finanziamento per la biodiversità, compresi i fondi per l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, e la mossa del Regno Unito di questa settimana di dirottare gli aiuti all’estero verso le spese per la difesa hanno messo sotto pressione i negoziatori a Roma. Gli Stati Uniti non sono firmatari della Convenzione sulla diversità biologica e non possono influenzare direttamente i negoziati, ma di solito è presente una delegazione americana. Questa settimana il posto assegnato ai funzionari statunitensi è rimasto vuoto.

E così il cammino si annuncia ancora lungo e frastagliato. “L’interesse dell’amministrazione Trump per la tutela della biodiversità è zero – osserva Efraim Gomez , Global Policy Director del Wwf International – ma ciò nonostante le parti hanno fatto un passo nella giusta direzione. Ci congratuliamo per aver raggiunto questi risultati in un contesto politico globale difficile. Ma questo accordo non è sufficiente e ora inizia il vero lavoro: è infatti preoccupante che i Paesi sviluppati non siano ancora sulla buona strada per onorare almeno il loro impegno di mobilitare 20 miliardi di dollari entro il 2025 a favore dei Paesi in via di sviluppo”.

Considerando che ad oggi gli aiuti economici per la biodiversità che sono affluiti nel Global Biodiversity Framework Fund ammontano ad appena 328 milioni di dollari, la strada da fare è tanta.

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