25 Febbraio 2026
/ 24.02.2026

Bracconieri condannati: il leone “parla” attraverso il Dna

Gli investigatori hanno sequestrato ai bracconieri parti di unleone e le hanno confrontate con il Dna del leone uccisoin Zimbabwe, che era monitoratocon un radiocollare

Un leone maschio, uno di quelli che non passano inosservati. Grande, nel pieno della forza, monitorato dai ricercatori grazie a un radiocollare. Poi, all’improvviso, il silenzio del segnale. È cominciata così una storia che poteva finire nell’affollato archivio del bracconaggio senza arresti e che invece si è trasformata in un precedente giudiziario destinato a fare scuola.

Siamo nello Zimbabwe, area delle Cascate Vittoria. Il leone viene attirato fuori dalla zona protetta, catturato e ucciso da bracconieri. Un copione noto: trappole, fucili, parti dell’animale destinate al mercato nero. Per anni, casi simili sono rimasti impuniti per un ostacolo ricorrente: provare in tribunale non solo il possesso illegale, ma il legame diretto tra l’animale ucciso e chi lo ha abbattuto.

La prova del Dna

Questa volta, però, è entrata in scena la scienza forense. Gli investigatori hanno sequestrato resti biologici riconducibili al leone. In laboratorio, è stato estratto il Dna e costruito un profilo genetico ad alta precisione. Non una semplice definizione della specie, ma dell’identità individuale dell’animale, una sorta di impronta digitale genetica.

Il confronto con i campioni già presenti nei database dei progetti di monitoraggio ha fatto il resto. La corrispondenza è netta. Quei resti appartengono proprio a quel leone con il radiocollare scomparso dai radar. Non un indizio, ma un collegamento diretto con la scena del crimine.

In aula, la prova del Dna regge. E convince. I responsabili vengono condannati alla reclusione. È la prima volta che una sentenza per l’uccisione illegale di un leone si fonda sull’analisi genetica individuale dell’animale ucciso. Un passaggio che segna un cambio di paradigma. Perché il bracconaggio non è solo un problema di conservazione, è un crimine economico organizzato. Dietro l’uccisione di grandi predatori si muovono reti illegali, traffici internazionali, profitti che attraversano continenti. E finché il rischio giudiziario resta basso, il business continua. Rendere più solide le prove significa alzare il costo del reato.

Un passo avanti per la giustizia ambientale

La genetica applicata alle indagini ambientali sta facendo esattamente questo: trasformare peli, sangue, tessuti in testimoni inoppugnabili. Un salto simile a quello che, decenni fa, ha rivoluzionato le indagini su omicidi e violenze.

Il caso dello Zimbabwe racconta anche un altro aspetto spesso sottovalutato. La tutela della biodiversità si gioca anche nei tribunali. Serve che la legge riesca a dialogare con la scienza, che giudici e pubblici ministeri abbiano strumenti per trovare e valorizzare prove sofisticate.

Da oggi i bracconieri sanno che anche ciò che non si vede può inchiodarli. E che un leone, persino dopo la morte, può ancora contribuire a difendere la sua specie. Una piccola rivincita della scienza, e un passo avanti per la giustizia ambientale.

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