13 Marzo 2026
/ 13.03.2026

Case green, Italia in ritardo

La Commissione europea ha inviato lettere di messa in mora a 19 Paesi membri. L’Italia è tra i Paesi più esposti: il patrimonio edilizio italiano ha livelli di efficienza energetica spesso molto bassi: e con la crisi energetica le bollette salgono

La transizione energetica degli edifici europei procede con il freno tirato. La direttiva sulle cosiddette “case green”, uno dei pilastri della strategia climatica europea, fatica a trasformarsi in politiche concrete nei singoli Stati. Il risultato è un ritardo diffuso che riguarda gran parte dell’Unione e che rischia di pesare non solo sugli obiettivi climatici ma anche sulle bollette energetiche.

La Commissione europea ha inviato lettere di messa in mora a 19 Paesi membri che non hanno presentato entro il 31 dicembre 2025 i piani nazionali di ristrutturazione energetica degli edifici, passaggio necessario per attuare la direttiva che punta alla progressiva decarbonizzazione del patrimonio immobiliare europeo entro il 2050. Tra i Paesi che non hanno rispettato la scadenza figura anche l’Italia, insieme a economie importanti come Francia e Germania.

Gli Stati hanno ora alcuni mesi per recuperare il ritardo e presentare i documenti richiesti, mentre la scadenza finale per i piani definitivi resta fissata alla fine del 2026.

Un patrimonio edilizio energivoro

Il tema non è burocratico. Gli edifici rappresentano uno dei principali nodi della transizione energetica europea. Secondo le stime della Commissione Ue, il settore immobiliare è responsabile di circa il 40% dei consumi energetici e di oltre un terzo delle emissioni di CO₂ del continente.

Gran parte del patrimonio edilizio europeo è stato costruito prima dell’introduzione delle norme moderne sull’efficienza energetica. Case mal isolate, impianti di riscaldamento obsoleti e dispersioni termiche significano una cosa sola: enormi quantità di energia sprecata ogni inverno e ogni estate.

È proprio per ridurre questi sprechi che l’Unione europea ha introdotto la direttiva sugli edifici a emissioni quasi zero, prevedendo interventi progressivi di riqualificazione energetica e l’obiettivo di neutralità climatica del settore entro il 2050.

Ritardi diffusi in tutta l’Unione

Il problema è che la trasformazione del patrimonio edilizio europeo richiede investimenti ingenti, una pianificazione di lungo periodo e strumenti amministrativi che molti Paesi non hanno ancora messo pienamente in campo.

Il fatto che 19 Stati non abbiano ancora presentato i piani richiesti dimostra che il ritardo non riguarda solo le economie più fragili. Anche Paesi centrali dell’Unione come Francia e Germania sono alle prese con difficoltà politiche e tecniche nell’attuazione della direttiva.

Secondo diversi osservatori europei, il rallentamento è anche il risultato delle tensioni politiche che negli ultimi anni hanno accompagnato il dibattito sulla direttiva, spesso accusata da alcuni partiti di imporre costi eccessivi ai cittadini. In realtà, sottolineano molti esperti di energia, l’efficientamento degli edifici rappresenta uno degli strumenti più efficaci per ridurre i consumi e abbassare le bollette nel medio periodo.

L’Italia in prima fila nel ritardo

Se il ritardo è diffuso, l’Italia resta comunque tra i Paesi più esposti al problema. Il patrimonio edilizio italiano è tra i più vecchi d’Europa e presenta livelli di efficienza energetica spesso molto bassi.

Secondo varie analisi del settore, oltre la metà degli edifici italiani appartiene alle classi energetiche meno efficienti. Questo significa che milioni di abitazioni disperdono grandi quantità di calore in inverno e richiedono più energia per il raffrescamento estivo.

In questo contesto, il mancato invio del piano nazionale di ristrutturazione energetica rappresenta un segnale preoccupante. Non solo per gli obiettivi climatici europei, ma anche per la competitività del sistema energetico italiano e per la capacità delle famiglie di affrontare il costo dell’energia.

Sprechi energetici e nuove tensioni geopolitiche

Il ritardo sulla riqualificazione degli edifici arriva inoltre in un momento particolarmente delicato per i mercati energetici. Le tensioni nel Golfo Persico e i rischi legati alla sicurezza delle rotte petrolifere stanno riportando al centro la vulnerabilità energetica dell’Europa.

In questo scenario, ogni ritardo nella riduzione dei consumi si traduce in una maggiore esposizione alle oscillazioni dei prezzi dei combustibili fossili. Case poco efficienti significano più gas consumato per il riscaldamento e più elettricità necessaria per raffrescare gli edifici.

In altre parole, l’inefficienza energetica degli edifici non è solo un problema climatico ma anche un fattore di fragilità economica. E la nuova instabilità geopolitica rende questi sprechi ancora più costosi.

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