Nelle stanze delle Nazioni Unite sta circolando una proposta destinata a far discutere: introdurre un meccanismo fiscale internazionale che colleghi direttamente i profitti delle grandi aziende dei combustibili fossili ai danni provocati dal cambiamento climatico. Il riferimento giuridico è al principio del “chi inquina paga“, già presente in molte normative ambientali nazionali, ma scarsamente applicato su scala globale.
L’idea è semplice nella teoria e complicatissima nella pratica: petrolio, gas e carbone hanno generato enormi ricchezze, ma anche una parte rilevante delle emissioni responsabili dell’aumento delle temperature, degli eventi estremi e delle perdite economiche subite soprattutto dai Paesi più vulnerabili. Da qui la proposta di un contributo aggiuntivo, legato ai profitti o alle emissioni storiche, da destinare alla riparazione dei danni climatici.
Perché se ne parla adesso
Il tema non nasce dal nulla. Negli ultimi anni il costo economico della crisi climatica è esploso: alluvioni, ondate di calore, cicloni e siccità stanno erodendo Pil, infrastrutture e sicurezza alimentare, in particolare nel Sud globale. Allo stesso tempo, molte grandi compagnie fossili hanno registrato utili record, spinti anche dalle tensioni geopolitiche e dall’aumento dei prezzi dell’energia.
Nel frattempo il Fondo internazionale per “perdite e danni”, riconosciuto nelle ultime conferenze sul clima, resta largamente sottodimensionato rispetto ai bisogni reali. Da qui la proposta mirata a riequilibrare il quadro generale trovando nuove fonti di finanziamento strutturali, non basate solo sulla buona volontà dei governi, ma su regole fiscali più stringenti.
La partita politica tra Onu e Paesi ricchi
La proposta si inserisce in un negoziato più ampio sulla cooperazione fiscale internazionale sotto l’egida dell’Onu. Ed è proprio questo il nodo politico. Molti Paesi in via di sviluppo vedono nelle Nazioni Unite l’unico spazio in cui avere pari voce rispetto alle grandi economie. Diverse nazioni industrializzate preferirebbero mantenere il controllo di queste decisioni in ambiti più ristretti, come l’Ocse. Altre ancora (vedi alla voce Trump) puntano a far saltare il tavolo per gestire i contenziosi attraverso accordi bilaterali che mettano al centro la logica della prova muscolare.
Il risultato è uno scontro duro. Da un lato, Stati colpiti in modo molto pesante dagli impatti climatici chiedono strumenti di compensazione dei danni vincolanti e redistributivi. Dall’altro, alcuni governi temono che una tassa globale sui combustibili fossili apra un precedente difficile da controllare, con effetti sulle proprie industrie energetiche e sui mercati.
Quanto potrebbe valere una tassa climatica
Secondo diverse analisi indipendenti, un prelievo anche limitato sui profitti dei maggiori produttori fossili potrebbe generare un incasso di centinaia di miliardi di dollari entro il 2030. Risorse che potrebbero essere usate per rafforzare infrastrutture resilienti, sostenere l’adattamento climatico, risarcire comunità colpite e ridurre il peso del debito nei Paesi più fragili.
Si tratterebbe di internalizzare nel sistema di produzione i costi causati dall’uso dei combustibili fossili. Costi che oggi producono profitti privati e perdite pubbliche. In altre parole, spostare una parte del conto climatico dal bilancio pubblico globale a chi ha beneficiato per decenni di un sistema energetico ad alta intensità di carbonio.
Un percorso lungo e pieno di ostacoli
Nessuno si illude che l’accordo sia dietro l’angolo. Le resistenze delle lobby fossili sono forti, i governi sono divisi e mancano ancora criteri condivisi per attribuire responsabilità storiche e quantificare i danni climatici in modo univoco. Inoltre, senza un sistema fiscale internazionale solido e trasparente, il rischio di elusione resta elevato.
Eppure, il solo fatto che una tassa climatica globale sia entrata nel lessico ufficiale delle trattative Onu segnala un cambio di passo. Non è detto che l’idea arrivi a destinazione così com’è. Ma ormai la crisi climatica non è più solo una questione ambientale, è un tema di giustizia economica. E, prima o poi, qualcuno dovrà pagare il conto.
