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Come potranno ritornare a guardare lo sport?

05.06.2024

Le piattaforme digitali riformano la comprensione dello sport reale per la Gen Z. Tempi d’attenzione ridotti, i giovani iperconnessi finiscono per contare solo gol conditi da highlights e slowmotion che ripetono i gesti atletici dei campioni. Come possiamo aiutarli se i primi a essere “incollati” al cellulare sono mamma e papà?

La realtà corre veloce e spesso si scambia la velocità in semplice fretta. Ma così va il mondo e la trappola della nostalgia non incide minimamente sull’effetto videogame a cui i giovani si sono assuefatti. Il mondo delle relazioni è frequentato da ragazze e ragazzi che vivono in un ecosistema comunicativo quasi tutto digitale, molto frammentato, che consente di muoversi orizzontalmente nella comunicazione, ma è tendenzialmente refrattario a comprendere, valutare e produrre informazioni complesse e strutturate. Compagna fedele nei nostri spostamenti, testimone delle nostre attività (anche quelle millantate), attraverso i feed su smartphone e dispositivi mobili, da sito a sito, sui social network, l’informazione riempie gli interstizi quotidiani. Gestire una mole sterminata di input, caratterizzati da tipologie disparate e dall’uso di più codici comunicativi, rimane impresa improba anche se (all’apparenza) la Generazione Z sembra districarsi tra questa mole di conoscenze “frammentarie”, “granulari”, interconnettibili in modo casuale e non pienamente controllato.

Allora, fare zig-zag tra messaggi su Facebook, SMS, e-mail, post di un blog, padroneggiare instant messaging, dai tweet agli articoli, dai video di YouTube alle immagini su Instagram, diventa quasi un’arte. “L’età della frammentazione”: sigla della nostra epoca. Trasponendo il tutto, poi, nel racconto dello sport e della sua cornice spettacolare (come metafora e luogo di confronto), si comprende quanto per i giovani finiscano per contare (con una gerarchia valoriale) solo i gol, le imprese, conditi semmai su un rettangolo verde dalla rabona, o dalla skill (leggi, abilità) dei Lionel Messi o Neymar di turno. A condizione però che il gesto atletico generi sorpresa (all’inizio) per poi essere passato al setaccio della ripetizione in slow-motion. Gli highlights dilagano, diventano pars costruens delle varie piattaforme, sostituendo gli allarmismi sul disinteresse giovanile per la pratica sportiva con una forma speciale dello sport industry che è uno dei segmenti in crescita di Tik Tok, in grado di veicolare per l’effetto domino i contenuti dei tutorial, degli influencer, e rifare i trick (suggerimenti) o, meglio, le skill dei campioni. Come se si volesse sottrarre lo sport alla pressione ansiogena dell’agonismo sui fragili quattordicenni, per riportarlo nell’ambito dell’intrattenimento, affinché un avvenimento, assunto in modiche quantità, attraverso flash legati alla reiterazione dell’esposizione in Rete, possa trasformarsi in evasione istantanea, fulminea, ai limiti del fantasy.

Anche il recente quesito del Financial Times (“Cosa convincerà la Generazione Z a tornare a guardare lo sport?”), si arena di fronte al tempo (ridotto) d’attenzione dei giovani che si è adattato alla società che li circonda. Inutile ergersi a censori, perché risulta evidente che incolpare Internet di essere il “grande distrattore”, centrifuga incontrollata del cambiamento nei apporti personali, costituisca una sterile semplificazione, oltre che comoda. L’approccio alla Rete da parte dei genitori e la loro incapacità di capire che chi (si) sta crescendo andrebbe seguito nel percorso di adattamento all’uso del mezzo nel mondo dilatato dell’iperconnessione (prodromo all’intelligenza artificiale, derivati e impieghi lavorativi connessi), si ritorcono su se stessi, evidenziando che il modello educativo adulto, utilizzando gli stessi strumenti (selfie su Instagram, chat su Whatsapp), sfugge ad ogni credibilità. Come vietare una cosa, se i primi ad essere incollati al cellulare sono mamma e papà?

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