Nel Borneo malese, là dove fino a pochi decenni fa si stendeva una delle foreste pluviali più antiche del Pianeta, oggi dominano piantagioni e radure. La deforestazione ha frantumato il paesaggio in isole verdi sempre più piccole, condannando molte specie all’isolamento e al declino. Ma in mezzo a questo scenario complesso, un’organizzazione non governativa tedesca sta dimostrando che invertire la rotta è possibile.
Il Rhino Forest Fund opera nel Sabah, nel nord dell’isola, con l’obiettivo di ricostruire le connessioni ecologiche perdute e riportare in vita la foresta pluviale originaria. Un lavoro paziente, scientifico, lontano dalle campagne di riforestazione simboliche e dagli interventi spot.
Dalla salvezza dei rinoceronti alla rinascita della foresta
L’organizzazione nasce nel 2009 con un progetto mirato: salvare gli ultimi rinoceronti rimasti nella regione. “Volevamo usare il rinoceronte come specie ombrello per proteggere un grande mosaico di habitat”, ha raccontato a Earth Org il fondatore Robert Risch. I rinoceronti non ci sono più, ma l’idea di fondo è rimasta: tutelare un’intera rete ecologica.
Oggi il nodo cruciale è la frammentazione. Foreste separate da strade, paludi o piantagioni diventano trappole biologiche. “Tabin, la più grande area di pianura, è isolata. Elefanti e altri animali sono intrappolati”, spiega Risch. In una regione che è tra i principali hotspot di biodiversità al mondo, la perdita di connettività equivale a una lenta estinzione.
Piantare meno, curare di più
Il progetto è basato su un approccio rigorosamente scientifico alla riforestazione. Al centro ci sono i dipterocarpi, alberi monumentali che formano l’ossatura della foresta di pianura. Dopo i tagli intensivi, le giovani piante faticano a crescere: la luce eccessiva favorisce erbacce e rampicanti che soffocano la rigenerazione naturale.
Per questo il Rhino Forest Fund accompagna le piantine per almeno cinque anni, liberandole periodicamente dalla vegetazione concorrente, fino a ricostruire una chioma continua. In ogni ettaro vengono individuati 33 punti di impianto, con cinque alberi ciascuno, selezionati tra specie autoctone, alberi da frutto selvatici e piante rare. Una strategia che aumenta la capacità della foresta di sostenere fauna diversificata.
Inoltre, le palme da olio esistenti non vengono abbattute, perché offrono ombra utile alle giovani piante; vengono creati laghetti per fornire acqua e cibo a insetti, anfibi e pesci; alcune zone restano aperte per il pascolo degli erbivori.
Corridoi verdi contro l’isolamento
L’obiettivo finale è cucire insieme ciò che resta della foresta. Attraverso l’acquisto diretto di terreni, la pressione politica e la realizzazione di tunnel sotto le autostrade, l’Ong costruisce corridoi ecologici capaci di rimettere in comunicazione habitat separati.
Nel nord di Tabin, dove nel 2012 è stato creato un primo collegamento forestale, nel 2024 la chioma si è finalmente chiusa. Poco dopo, i gibboni sono tornati.
