In sei Paesi europei, tra cui l’Italia, i cittadini stimano in media che il 68% degli scienziati del clima concordi sul fatto che il cambiamento climatico sia causato dall’attività umana. La percentuale reale, misurata nelle pubblicazioni scientifiche internazionali, supera il 99%. Il dato sulla percezione viene da uno studio del 2023 del Policy Institute del King’s College London, condotto su oltre 12.000 persone nell’ambito del progetto europeo PERITIA. Quello sulla realtà viene da uno studio pubblicato su Environmental Research Letters nel 2021, che ha analizzato oltre 88.000 articoli scientifici sul clima pubblicati tra il 2012 e il 2020.
La distanza tra 68% e 99% è enorme, e non è casuale. Una parte della spiegazione sta nella parola stessa.
L’interpretazione politica di “consenso“
In italiano “consenso” ha una connotazione prevalentemente politica: il consenso degli elettori, il consenso attorno a una proposta, il consenso dell’opinione pubblica. È una parola che evoca accordo deliberato, negoziazione, maggioranza. Quando la si applica alla scienza, il significato cambia ma il suono resta. “Consenso scientifico” viene letto come “gli scienziati si sono messi d’accordo”, come se ci fosse stata una riunione, una discussione, una sorta di votazione. La frase “la scienza non è democrazia, non si vota” parte da questa lettura e la usa per suggerire che il dato del 97% o del 99% sia irrilevante o sospetto.
E quella scientifica
L’equivoco è comprensibile, perché il meccanismo è effettivamente diverso da quello che la parola suggerisce. Il consenso scientifico sul clima non è il prodotto di un sondaggio tra scienziati o di una dichiarazione congiunta sottoscritta in una conferenza. È quello che succede quando migliaia di ricercatori, lavorando in modo indipendente, con metodi diversi, dati diversi, in istituzioni e paesi diversi, arrivano alle stesse conclusioni. In filosofia della scienza questo processo si chiama convergenza di evidenze: il punto in cui linee di ricerca indipendenti smettono di contraddirsi.
Il dato più citato è quello di Cook et al. (2013): su 11.944 articoli scientifici pubblicati tra il 1991 e il 2011, il 97% di quelli che esprimevano una posizione confermava che il riscaldamento globale è causato dall’attività umana. Lo studio è stato aggiornato da Lynas et al. nel 2021, che hanno esaminato 88.125 articoli pubblicati tra il 2012 e il 2020: il consenso superava il 99%, con appena 28 articoli esplicitamente scettici nell’intero campione. Un risultato coerente con quello di Myers et al. (2021), che attraverso un sondaggio tra ricercatori in scienze della terra hanno trovato un accordo del 98,7% tra i climatologi attivamente impegnati nella pubblicazione.
L’IPCC, il panel intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, nel suo sesto rapporto di valutazione (2021) ha usato il termine “inequivocabile”: l’influenza umana ha riscaldato l’atmosfera, gli oceani e le terre emerse. Nel linguaggio dell’IPCC, “inequivocabile” non è un grado di probabilità: è una dichiarazione di fatto, riservata a conclusioni supportate direttamente dall’osservazione.
Il dissenso esiste, ed è fisiologico. In qualsiasi campo scientifico ci sono ricercatori che mettono in discussione le conclusioni prevalenti: fa parte del funzionamento della ricerca. Il punto è che nella scienza del clima il dissenso riguarda aspetti specifici (la sensibilità climatica esatta, la velocità di certi feedback, la distribuzione regionale degli impatti), non la conclusione di base. È la differenza tra discutere quanto velocemente sta salendo l’acqua e discutere se l’acqua stia salendo.
Le percezioni errate
Uno studio pubblicato su Nature Human Behaviour nel 2024, condotto su oltre 10.500 persone in 27 Paesi inclusa l’Italia, ha misurato cosa succede quando si comunica il dato sul consenso scientifico: le percezioni errate si riducono e le convinzioni sulla realtà del cambiamento climatico si rafforzano. L’effetto è stato riscontrato in modo trasversale, senza polarizzare il pubblico. Il divario tra percezione e realtà non è inevitabile: è un problema di comunicazione.
Questa rubrica è nata per affrontare un tipo ricorrente di ambiguità: parole del clima il cui significato tecnico o normativo diverge dalla percezione comune. Lo abbiamo visto con “gas naturale”, che suona pulito ma resta un combustibile fossile, con “carbon neutral”, dove la compensazione viene percepita come equivalente alla riduzione, e con “sostenibile” nella tassonomia UE, che include fonti che la maggioranza degli europei non classificherebbe così.
“Consenso scientifico” aggiunge un caso diverso: qui l’ambiguità non è tra un termine tecnico e la sua percezione, ma tra due significati della stessa parola in contesti diversi. Il “consenso” politico è negoziazione. Il “consenso” scientifico è convergenza di evidenze indipendenti. Confondere i due significati è il meccanismo che rende credibile l’obiezione “la scienza non funziona per consenso”.
La prossima volta che qualcuno dice “la scienza non funziona per consenso”, la risposta breve è: ha ragione. Non funziona per votazione. Funziona per convergenza di evidenze. E su questo, le evidenze convergono.
