Capitale europea della Cultura 2019, un vero e proprio laboratorio di rigenerazione e di riflessione culturale sui cambiamenti sociali. Da lei abbiamo compreso come la cultura può migliorare il destino di una comunità, all’insegna dello sviluppo sociale ed economico del territorio. Quanto ci siamo spesi, e quali occasioni ancora inespresse?
Un luogo speciale nella sua deriva fatta di marginalità: Matera. Eccola, arrampicata sulla parete scoscesa di un burrone che si inabissa a precipizio sul torrente Gravina. Il Barisano, il Caveoso, appaiono i Sassi, silenziosi, con il loro dedalo di scale che si inerpicano per raggiungere vicoli, piazzette pensili che diventano tetti, chiese rupestri. Trenta ettari di grotte scavate nel tufo, di muri affastellati. La negletta Basilicata, meglio Lucania, persa nello stereotipo dell’accidia meridionale, custodisce un cuore antico. Poi, d’incanto, la terra della precarietà accetta di sfidare le contraddizioni di una contemporaneità mai diventata modernità. Attraverso una candidatura/provocazione e la sinergia di forze locali, d’intesa con l’ente regionale e il governo nazionale (accordo per 60 mln di euro), oltre agli introiti (preventivati) da pubblicità, sponsorizzazioni, ticketing e operazioni di merchandise. Nasce così, nel 2008, l’avventura di Matera Capitale Europea della Cultura, e l’ufficializzazione del 2019. Vince l’idea di fare della città dei Sassi «un luogo eletto nel quale artisti e persone di cultura di ogni età e provenienza potessero sperimentare nuove forme di creatività», non disgiunta da una pianificazione di investimenti, obiettivi prioritari e strutturali finalizzati ad accoglienza, mobilità e decoro urbano, come sostenuto dall’indomito Salvatore Adduce, già sindaco e poi presidente della fondazione Matera-Basilicata 2019.
Nell’annus mirabilis si organizzano 1228 eventi, con +30% di turisti stranieri, +34% delle presenze in Basilicata (un milione in quell’anno), nel quadro di pratiche co-creative e politiche partecipative in grado di attivare un’azione culturale socialmente e culturalmente fruibile (idea di cittadinanza attiva). Da «vergogna nazionale»(Palmiro Togliatti) per l’insostenibilità delle condizioni di vita (gli animali in promiscuità dentro le grotte), capitale simbolica del mondo contadino e dell’Italia più povera del dopoguerra, al gruppo interdisciplinare (coordinato da Adriano Olivetti) che elaborò interventi urbanistici per la popolazione “invitata” a trasferirsi in borghi (“La Martella”) in prossimità delle terre coltivabili assegnate dalla riforma agraria, Matera cambia pelle e si rigenera acquisendo una visibilità internazionale. Il martellante battage pubblicitario e i flussi ininterrotti di turisti, dopo anni, però, si sono sgranati, insieme alla prodigiosa mobilitazione economica che la titolarità europea aveva innescato. Complice l’effetto pandemico e l’allentamento di tensione operativa dell’ente locale.
L’offerta già vista in altri eventi ha ceduto il passo alla macchina commerciale, lungo il percorso bar-pub-souvenir-ristorante con menù turistico, in un contenitore (il centro storico) trasformato in B&B, resort a cinque stelle e, all’estremo opposto, in distributori di oggettistica simil-artigianale e magneti da frigorifero. L’ennesima annunciata rinascita di un Sud sempre dimenticato pare perdersi nella definizione stessa di cultura: da elaborare o da mostrare? Nei fatti si è tradotta nella sua esibizione consumistica, dietro una facciata di cartapesta, con una storia semplificata offerta ai turisti desiderosi dell’esotismo di un tempo ormai perso (legato al sacrificio e alla sofferenza), destrutturando il volano d’un’offerta culturale più articolata (e duratura) in termini di capacità identitarie e di conoscenza. E all’imbrunire, mentre l’ultimo sole imporpora il tufo, e i turisti si siedono ai tavolini dei bar e dei ristoranti, forse vale la pena di penetrare i silenzi di Vico Solitario e raggiungere la Storica Casa Grotta, nel Sasso Caveoso. Matera ha bisogno di preservare la sua anima.