Le tensioni nello Stretto di Hormuz riportano l’energia al centro della scena geopolitica globale. Ognuno è costretto a rifare i conti e a misurare le proprie debolezze. Per l’Europa – e soprattutto per l’Italia – la vera vulnerabilità è la lentezza con cui procede la transizione verso le rinnovabili. È questa la conclusione dell’analisi pubblicata dal think tank italiano ECCO che ha esaminato gli effetti della crisi iraniana sui mercati energetici e sulle politiche europee.
Il dossier ricostruisce i flussi energetici tra Italia, Europa e Medio Oriente e prova a capire chi rischia di più nella nuova fase di instabilità internazionale. Negli ultimi anni l’Unione europea ha iniziato a ridurre la propria dipendenza dal gas fossile grazie alle politiche introdotte con il Green Deal e con il piano REPowerEU. L’espansione delle rinnovabili, insieme alle misure di efficienza energetica, ha portato a una riduzione della domanda di gas del 18% rispetto al periodo precedente alla crisi energetica del 2022, nonostante un lieve aumento registrato nel 2025.
Il calo riguarda anche l’Italia. Tra il 2021 e il 2025 il consumo nazionale di gas è diminuito del 16%, con 11,5 miliardi di metri cubi di importazioni in meno e un risparmio economico stimato in 4,3 miliardi di euro.
Dunque, grazie al Green Deal, l’Europa ha ridotto i danni, ma la transizione ambientale ed energetica è stata ostacolata dalla pressione delle destre che ha rallentato il processo. E oggi il costo di questo colpo di freno è in buona evidenza: i prezzi dei combustibili fossili rappresentano una minaccia immediata per l’equilibrio dei bilanci familiari e di quelli delle imprese. Mentre i Paesi che hanno investito di più in rinnovabili ed elettrificazione risultano meno esposti.
Il nodo italiano: il prezzo dell’energia
Il problema, sottolinea l’analisi, è che il sistema elettrico italiano resta ancora fortemente legato al gas. Nel 2025 il combustibile fossile ha coperto il 61,4% delle ore di produzione elettrica. Questo si riflette direttamente sul costo dell’energia. Tra gennaio e ottobre 2025 il prezzo medio dell’elettricità all’ingrosso in Italia è stato di 116 euro per megawattora, molto più alto rispetto ad altri Paesi europei.
Nello stesso periodo il prezzo medio è stato di 87 euro/MWh in Germania, 65 euro/MWh in Spagna e 61 euro/MWh in Francia: in questi Paesi le fonti rinnovabili hanno ormai un peso nel sistema elettrico superiore a quello delle fonti fossili.
La Spagna rappresenta uno dei casi più evidenti. Grazie alla forte diffusione di eolico e solare, nella prima metà del 2025 i prezzi dell’energia nel Paese iberico sono rimasti circa un terzo più bassi della media europea.
Rinnovabili in crescita, ma troppo lentamente
Anche l’Italia ha aumentato negli ultimi anni la capacità rinnovabile installata. Tra il 2021 e il 2024 sono entrati in funzione 15 gigawatt di nuovi impianti, soprattutto fotovoltaici. Tuttavia il ritmo di crescita resta inferiore a quello previsto dagli obiettivi energetici nazionali. Il Piano nazionale energia e clima indicava infatti la necessità di installare una media annuale di 9 gigawatt di nuova capacità.
Secondo ECCO, la capacità rinnovabile installata negli ultimi anni può comunque sostituire 3,8 miliardi di metri cubi di gas, con un risparmio economico stimato in 1,4 miliardi di euro. Dunque un beneficio c’è stato. Ma non è sufficiente perché molti impianti di rinnovabili sono stati bloccati.
Inoltre la nuova crisi energetica potrebbe innescare reazioni politiche controproducenti. L’aumento dei prezzi del gas sta infatti riaprendo il dibattito su possibili modifiche al Sistema europeo di scambio delle emissioni (ETS), il mercato della CO₂ che rappresenta uno dei pilastri della politica climatica europea. Secondo ECCO, indebolire o sospendere l’ETS rischierebbe di creare incertezza normativa e di rafforzare proprio quella dipendenza dal gas che rende l’Europa vulnerabile agli shock geopolitici.
La vera sicurezza energetica
Il punto centrale dell’analisi è che la sicurezza energetica europea non può essere costruita cercando nuovi fornitori di gas, ma riducendo strutturalmente il peso dei combustibili fossili. Le tensioni nello Stretto di Hormuz mostrano quanto l’economia globale resti esposta alle crisi geopolitiche. Per il think tank italiano la risposta più efficace resta quella già indicata dalle politiche europee: accelerare lo sviluppo delle rinnovabili, migliorare l’efficienza energetica e ridurre la dipendenza dal gas. In altre parole, la transizione energetica non è solo una questione climatica. È anche – e sempre più – una questione di sicurezza economica e strategica per l’Europa.
