Il XVII Forum internazionale dell’Informazione per la salvaguardia della natura, promosso a Treviso dal 18 al 21 marzo scorso dal network ecologista Greenaccord Ets, ha dimostrato che la transizione ecologica non è (solo) un settore industriale o un perimetro tecnologico, ma un intreccio di geografie e di umanità, di competenze e di sensibilità. È tecnica, certo, ma anche cultura, psicologia, economia, spiritualità, politica, bellezza. È un esercizio di connessione: tra territori lontani, tra discipline che raramente dialogano, tra generazioni che vivono la crisi climatica e sociale con visioni diverse.
Soprattutto è un esercizio di cura: del creato, delle comunità, delle relazioni, delle istituzioni. Il messaggio di Papa Leone XIV – letto dal vescovo di Treviso, Michele Tomasi – ha dato la direzione: “La responsabilità ecologica non si esaurisce in dati tecnici”. Serve un’educazione che coinvolga “la mente, il cuore e le mani”. È un invito a superare la tentazione di ridurre la transizione a un aggiornamento tecnologico, riconoscendo che si tratta, invece, di un cambiamento epocale di civiltà. La complessità contemporanea non è stata tradotta o raccontata come un ostacolo, ma come un trampolino per tuffarsi “in un’umanità nuova con sete di futuro”, come recitava il sottotitolo del Forum.
Un ponte tra i Paesi
Con il fondamentale supporto della Camera di Commercio di Treviso e Belluno, Greenaccord ha costruito un ponte tra il Triveneto e il Colorado, tra Venezia e Baghdad, tra il Messico e il Camerun, tra il Costarica e la Cina, mostrando come la crisi climatica sia un fenomeno globale che si manifesta in forme locali. Jonathan Cobb, dagli Stati Uniti, ha raccontato un Paese in cui la ricerca sul clima viene smantellata e perfino il linguaggio istituzionale viene manipolato per cancellare la “crisi climatica”. Miguel Angel de Alba Gonzales ha descritto un Messico in cui la tutela ambientale si intreccia con la criminalità organizzata e la deforestazione. Le giornaliste irachene di IINA hanno mostrato come la guerra lasci ferite ambientali profonde: desertificazione, riduzione delle zone paludose, contaminazioni chimiche. Rosalie Sophie Nke, dal Camerun, ha portato la voce delle donne che vivono ogni giorno la scarsità idrica. Queste geografie non sono state presentate come bandierine isolate di un “Risiko” moderno, ma come parti di un’unica mappa: quella di un mondo in cui clima, politica, energia, economia e diritti umani sono inseparabili.
La tempesta Vaia, ricordata da Santiago Sáez Moreno, e l’acqua alta del 2019 raccontata da Milena Fernandez, sono state lette come sentinelle globali, non come anomalie locali. Sáez Moreno ha ricordato, inoltre, che “il giornalismo non solo riflette la realtà, ma la plasma”: ignorare il clima significa contribuire alla sua rimozione sociale. Accanto alle crisi, Treviso ha mostrato anche le soluzioni. L’agrivoltaico avanzato descritto da Stefano Arvati (Renovo), capace di produrre energia e cibo nello stesso spazio, è un esempio di come la transizione possa generare valore per gli agricoltori e ridurre la competizione per il suolo. La bioedilizia in legno illustrata da Giovanna Fongaro (FBE Woodliving) dimostra che materiali naturali e filiere locali possono ridurre consumi, emissioni e tempi di costruzione, offrendo un modello replicabile di rigenerazione urbana sostenibile.
La biodiversità della laguna di Venezia e il cibo
La chef Chiara Pavan ha mostrato come il cambiamento climatico riscriva la biodiversità della laguna di Venezia e, con essa, l’economia del cibo: la scomparsa di specie tradizionali, la salinizzazione dei terreni, la fragilità delle produzioni locali spingono verso nuovi modelli di alimentazione e di ristorazione, più sobri, più stagionali, più consapevoli. Il Consorzio Prosecco Doc ha raccontato un percorso di sostenibilità che integra ricerca, riduzione dell’impatto idrico, innovazione agricola e responsabilità sociale, mostrando come una filiera ad alta intensità produttiva possa evolvere verso modelli più equilibrati. Lamberto Iezzi, del centro di ricerca Prometeo in Venezia, ha proposto la foresta vetusta come modello economico: un sistema basato su cooperazione, interdipendenza, scambio di nutrienti, che diventa metafora di un’economia non predatoria.
Il Forum ha affrontato poi anche la dimensione psicologica e sociologica della crisi. L’eco‑ansia dei giovani, descritta dallo studio dell’Istituto Toniolo, nasce da narrazioni catastrofiste che non offrono vie d’uscita e alimentano sfiducia nel futuro. Ma la crisi climatica non può essere letta con le lenti del sensazionalismo o dell’immobilismo: richiede linguaggi che attivino, non che paralizzino. Parallelamente, la ricerca dell’Istituto Piepoli ha mostrato un paradosso italiano: l’ambiente è percepito come priorità da nove cittadini su dieci, ma resta all’ultimo posto tra i problemi quotidiani. Non è disinteresse: è mancanza di connessione tra sostenibilità e qualità della vita. Se l’ambiente non viene percepito come soluzione ai problemi di salute, energia, sicurezza economica, allora resta un tema astratto, non un motore di cambiamento.
Il ruolo della bellezza
La bellezza – come ha ricordato il presidente di Greenaccord, Alfonso Cauteruccio – non è un ornamento, ma una condizione che genera relazioni positive e riduce l’aggressività. Cultura, arte e spiritualità diventano così strumenti di resilienza collettiva, capaci di trasformare la percezione della crisi in un’occasione di cambiamento.Tutto questo compone un mosaico in cui la complessità non paralizza, ma orienta. Connettere significa riconoscere che la crisi climatica non è un capitolo dell’agenda politica, ma la trama che attraversa salute, energia, governo del territorio, cibo, sociologia, economia. Custodire significa assumersi la responsabilità di trasformare questa consapevolezza in scelte.
Nelle conclusioni, Andrea Masullo ha ricordato che “non possiamo restare sani in un mondo malato”. È una frase che riassume il senso del Forum: la crisi ecologica non è un problema esterno all’umanità, ma una ferita interna alle nostre relazioni. Ed è qui che il suo pensiero si intreccia con quello del segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, che nel suo messaggio – letto dal cardinale Stella – ha richiamato San Francesco e il Cantico delle Creature come grammatica di un nuovo rapporto con il mondo. “Là dove il creato è ferito, la società si frantuma; là dove la dignità è umiliata, la natura diventa preda; là dove la relazione è corrotta, la tecnica diventa potere che separa”.
Custodire, allora, non è conservare: è ricostruire legami. È custodire il creato come giustizia, l’altro nella sua dignità, la scienza perché resti sapienza, la tecnica perché resti strumento, il futuro come alleanza tra generazioni.Masullo e Parolin, da prospettive diverse, convergono su un punto: la transizione ecologica è un’opera di connessione e di cura. Non un compito tecnico, ma un modo di abitare il mondo. Una diplomazia della pace che comincia nel linguaggio, si prova nella collaborazione e si verifica nella tutela dei più fragili. Treviso ha mostrato che questa strada esiste. Sta a noi percorrerla insieme.
