Più di due miliardi di persone sono ostaggio della crisi idrica creata dall’impatto sulle montagne del cambiamento climatico: la loro sopravvivenza dipende direttamente dall’acqua che sgorga dalle montagne. Dai pascoli dell’Asia centrale, dove l’agricoltura dipende dall’irregolarità dei flussi idrici, ai sistemi di produzione energetica dell’America Latina, alimentati dalle sorgenti montane, gli equilibri sono precari. La fusione accelerata dei ghiacciai sta sconvolgendo ecosistemi e società.
Il Rapporto mondiale delle Nazioni Unite sullo sviluppo delle risorse idriche 2025, pubblicato oggi dall’Unesco per conto di UN-Water, lancia un allarme inequivocabile: le montagne, le nostre “torri d’acqua”, si stanno sgretolando sotto il peso della crisi climatica. E con loro, i ghiacciai, custodi millenari dell’equilibrio idrico planetario, si dissolvono a ritmi mai registrati prima.
Non si tratta solo di uno spettacolo per turisti in cerca di paesaggi drammatici: la crisi dell’acqua montana significa insicurezza alimentare, rischio idrico, disastri ambientali. La scarsità di neve stagionale altera la disponibilità d’acqua in agricoltura, la fusione del permafrost destabilizza pendii e infrastrutture, mentre i laghi glaciali in espansione minacciano di collassare, provocando alluvioni catastrofiche.
La trasformazione della criosfera
La criosfera montana – l’insieme di neve, ghiaccio e permafrost – sta vivendo un declino senza precedenti. Il problema non è solo quanto ghiaccio perdiamo, ma come questa perdita modifica il comportamento dell’acqua. Con meno neve e più pioggia, l’acqua scorre più velocemente verso valle, senza il beneficio di un rilascio graduale che garantisce la stabilità delle risorse idriche nel tempo.
In Giappone, per esempio, il celebre cappello bianco del Monte Fuji compare ormai con un mese di ritardo rispetto al passato. Nel bacino del Colorado la scarsità di neve sta aggravando una siccità ormai cronica dal 2000.
Se le montagne sono le nostre “torri d’acqua”, dovremmo trattarle come infrastrutture essenziali, eppure rimangono spesso ai margini dell’agenda politica. Gli investimenti per la tutela degli ecosistemi montani sono minimi rispetto ai finanziamenti destinati alle pianure e alle città. Tuttavia, il futuro dell’acqua – e di conseguenza quelli dell’energia, dell’agricoltura e della sicurezza alimentare – si gioca proprio lassù, tra le cime.
Un futuro di conflitti o di cooperazione?
L’Anno internazionale per la conservazione dei ghiacciai 2025 è un’opportunità per agire. Serve un approccio globale e coordinato. Il rapporto dell’Unesco propone strumenti concreti: dal monitoraggio dei ghiacciai in Asia centrale ai sistemi di allerta precoce per le inondazioni da laghi glaciali in Kazakistan e Uzbekistan.
Le soluzioni esistono, ma richiedono uno sforzo collettivo. La protezione delle montagne e dei loro ecosistemi deve diventare una priorità: rafforzare la governance transfrontaliera, investire in ricerca e adattamento, promuovere modelli di sviluppo sostenibili che riducano il carico ambientale sulle aree montane. E naturalmente prevenire l’aggravarsi della crisi bloccando la causa del problema, chiudendo il rubinetto delle emissioni serra.
Perché, alla fine, nulla di ciò che accade sulle montagne rimane sulle montagne.